Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Questa storia tutta palermitana inizia ad Amsterdam. E’ una storia di fumo, ma non nel senso che d’istinto vi porta con la mente a un coffe shop: qui non si parla di marijuana, ma di inconsistenza.
Domenica scorsa io e alcuni amici siamo stati nella città olandese in occasione della maratona. Quasi 42.600 partecipanti, un percorso incantevole, musica a ogni incrocio di strada, pubblico festante, cori di incitamento anche per gli ultimi, organizzazione perfetta con felice dispendio di tecnologia. Insomma tutto quel che serve per acuire il senso di disagio del rientro a casa. Perché a ogni bella sorpresa in terra olandese (i risultati in tempo reale sul cellulare, la puntualità dei mezzi pubblici, l’assistenza impeccabile ai runner) inevitabilmente corrispondeva un doloroso rimando alla maratona di Palermo.
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Tornati in città ci siamo ricollegati con la cronaca e abbiamo scoperto che quella di Palermo è una corsa fantasma che scompare e riappare senza preavviso. Quest’anno, secondo i programmi degli organizzatori, la maratona (42,195 chilometri) non si sarebbe dovuta correre per mancanza di soldi e ci si sarebbe dovuti accontentare della mezza (21,097 chilometri), con un itinerario rimaneggiato per la felicità degli automobilisti che non possono mica lasciar impigrire carburatori e pistoni. E invece dal fumo della programmazione sportiva di questa città ecco apparire la corsa fantasma: contrordine compagni, la maratona forse si farà, il 17 novembre prossimo, e non importa se ci saranno quattro gatti e manco un euro di montepremi.
Il patron della manifestazione Totò Gebbia spiega che lui non ne voleva sapere più niente (“ancora mi devono dare i soldi dello scorso anno”) ma che poi l’hanno chiamato dal Comune dicendogli che una città europea acculturata non può perdere una manifestazione di tale livello. Il livello, a giudicare dall’affezione del palermitano medio – inclusi politici e burocrati – per tutto ciò che non si mangia e che non fa mangiare, dovrebbe essere bassino dato che siamo l’unica città dell’universo in cui, nell’anno di disgrazia 2008, uno sciopero dei vigili urbani mandò in fumo la Palermo SuperMarathon, e su tutte le furie migliaia di runner, molti dei quali arrivavano dall’estero. Ma allora non si erano ancora inventati l’ambizione di far di Palermo la capitale di qualsiasi cosa sia sufficientemente irraggiungibile, quindi la figuraccia fu diluita nel calderone delle scempiaggini prodotte dall’amministrazione Cammarata.
Oggi invece lo scenario è diverso. La maratona s’ha da fare e non importa come e dove, tanto il fumo copre tutto. Gebbia parla di spese che l’amministrazione comunale dovrebbe sostenere al posto suo, ma la parolina magica è Por, cioè un apposito programma approvato dall’Europa, grazie al quale arrivano i soldi che non ci sono: rappresentata in salsa sicula, una via di mezzo tra il gioco di prestigio e il gioco delle tre carte.
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Invece ciò che altrove è festa, a Palermo è dilemma. Ciò che altrove è valore, a Palermo è preoccupazione.
Pensate che in questo momento il vero obiettivo è ridurre quanto più possibile l’estensione del circuito, cioè esattamente l’opposto di quello che buon senso imporrebbe di fare. Una maratona è un’importantissima occasione turistica: le città si mettono in vetrina, si mostrano in ghingheri, creano eventi ad hoc. Qui invece il mantra è inchinarsi al cospetto degli scappamenti delle automobili, chiudendo le strade al traffico per il minor tempo possibile e costringendo i maratoneti a girare come i criceti alla Favorita, dove per gli ultimi cruciali chilometri si potrà godere della scelta, originalissima, tra un punto di ristoro e una “ristoratrice” in gonna fucsia.
Dall’organizzazione fanno sapere che sono arrivate una dozzina di iscrizioni dagli Usa, altrettante dalla Francia, qualcuna dalla Svezia e da Malta. E’ questo il sapore internazionale della maratona più improvvisata dell’universo mondo: una decina di benedetti turisti col pallino della corsa caracolleranno per gli incroci di via Libertà prendendosi gli insulti dei palermitani imbottigliati nel traffico e alla fine, cotti a puntino dalla fatica e dall’overdose di endorfine, verranno avvolti dall’inconsistenza di una città che li ha ospitati senza volerli. Una città di fumo (e senza manco un coffee shop).

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