Da più parti, a sinistra, viene invocato periodicamente il ritorno in tv di Adriano Celentano (ieri ne ha parlato anche Santoro, che è uno dei big sponsor del rientro del molleggiato).
A me Celentano piace, e molto, come cantante. E non credo che la sua vena artistica abbia subito alcuna costrizione da parte dei recenti governi. Se poi devo esprimermi sulle performance televisive del Celentano opinionista, allora sarò categorico: non è roba sua. I silenzi in tv non hanno mai raccontato nulla (a parte i radicali imbavagliati di vent’anni fa), men che meno i suoi. Il chiacchiericcio sull’ecologia e sulla pulizia della politica vale quanto il dibattito dopo la moviola: inutile recensire il latte versato, meglio darsi da fare e pulire i fornelli.
Quindi ho deciso. Ogni volta che ci sarà da discutere su un ritorno di Celentano in tv, io mi tirerò indietro. Perché mi mortifico a dover ribadire che anche l’opposizione è una questione di professionismo: ognuno nel suo campo, coi suoi limiti.
Ve l’immaginate se Di Pietro dovesse cantare il suo dissenso, o se Bersani dovesse trarre una piece teatrale dai postumi della sua ideologia.
Celentano è nella storia della canzone italiana, dovrebbe accontentarsi ed evitare di tracimare in un ambito in cui il limite tra il plausibile e il ridicolo è minimo.