Conosco una persona che ha dedicato la sua vita al lavoro e ai vantaggi che la professione poteva procurare. Una persona ambiziosa, molto, perennemente occupata e scarsamente impegnata. Raramente si è concessa uno svago o una digressione e quando l’ha fatto c’è sempre stato un secondo motivo che, come una tortuosa via secondaria, riportava in qualche modo al lavoro.
Una persona che ha scavalcato, sgomitato, pestato, macinato chiunque si parasse davanti pur di arrivare a un traguardo inutile, come può esserlo quello di chi pratica il potere solo per il gusto di infliggerlo agli altri. Gli altri, colleghi familiari e amici, erano pioli, scalini sui quali poggiare i piedi. Le uniche mani di cui si fidava erano le sue e quando non bastavano ne prendeva altre a prestito senza ripagarle, perché la riconoscenza, dalle sue parti, veniva considerata una forma di debolezza.

Oggi quella persona sta molto male e mi dispiace molto. Mi dispiace perché so che solo adesso sta valutando la merce che si è persa per strada, con uno straziante pentimento. Nella paura che, come scriveva Arundhati Roy, il ricordo della morte sopravviva molto più a lungo della vita che essa ha rubato.

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