Il cretino

Da Villaviciosa a Gijón.
Da Gijón a Avilés.

Nel lungo cogitare durante questa teoria infinita di chilometri ho maturato una poco consolante certezza: in termini di fatica ciò che tu chiami maledizione, il mondo chiama relativismo. In pratica quando siamo davanti a una prova psico-fisica al di fuori della nostra ordinarietà non esiste una realtà oggettiva e assoluta che possa essere messa nel bagaglio, magari consolatorio, della nostra conoscenza.

Esempio. Devi percorrere trenta chilometri a piedi, ti ammazzerai la vita per i primi ventisette e gli ultimi tre saranno una tortura. Il giorno dopo ne devi percorrere “solo” quindici, ebbene gli ultimi tre saranno massacranti esattamente come quelli cruciali del giorno prima.

Questo è il relativismo della fatica. Che è la derivazione naturale da una legge di Murphy di nuovo conio. Che dice pressappoco così: la probabilità che tu ti dia del cretino mentre tutto il mondo beve spritz sotto l’ombrellone e tu spremi acqua dalle pietre di uno strapiombo rovente e deserto, è inversamente proporzionale alla stima che i tuoi congiunti manifestano per te. E qui scatta il fattore “mio padre” (dopo quello “mia madre” su cui abbiamo già dibattuto). Mio padre, che ovviamente ha grande affetto per me, mi ha sempre chiamato con un nomignolo di misteriosa origine: Gigetto. Che per uno che ha già un nome che è una abbreviazione, è un nickname al cubo. Ma vabbè.

Da quando sono partito per il Cammino del Nord e, riservatamente, da un po’ prima (ma questo è un mio sospetto), mio padre ha cambiato nomignolo. Mi chiama: il cretino. Perché per lui è inconcepibile che uno, dopo mesi e mesi di lavoro, se ne vada in vacanza a faticare. Quindi sono “il cretino”, magari sommessamente, magari con una abbondante spruzzata di ironia. Ma sempre “il cretino” sono.
Mia madre lo rimbrotta. Lui dice che non è per offendermi, ma per difendermi: difendermi da me stesso. Della serie, non è colpa sua. È che è cretino.

Tutto regolare sin qui. Solo che la genetica non ha sentieri ciechi, ma strade ben tracciate. Ed è così che lui e mia madre, i genitori del “cretino”, se ne vanno in vacanza a ottant’anni e passa non in spiaggia, non alle terme, non si fanno intruppare nel Gruppo Vacanze Piemonte del digestivo Antonetto. No, se ne vanno da soli a San Candido a scarpinare ogni giorno per chilometri e a collezionare piccole imprese che regolarmente testimoniano via whatsapp: qui siamo sulla strada per… qui siamo sulla cima di… qui siamo solo a metà percorso… Insomma – diciamolo – emulano in sedicesimi le gesta del cretino.
Io intanto butto sangue sulle mie misere trazzere vista morte nera (quella lenta, senza il famoso “prezioso liquido”, che non è certo l’acqua) inanellando chilometri e nuove umilianti declinazione delle leggi di Murphy.
Plausibilmente come un cretino.

(18 – continua)   

Il minotauro su gomme

Da La Isla a Villaviciosa.

Cammina da così tanto tempo che fa pure confusione con le date. Dice di essere partito dall’Italia il 21, suppongo di luglio, ma potrebbe essere anche giugno, o chissà. Si chiama Tiziano e nel tempo che passa tra una maratona e un Cammino qualunque (ne ha fatti una mezza dozzina) fa il potatore a Cesena. Potatore “non giardiniere”, giacché dice di essere specializzato nel tagliare. E già la prima metafora attraversa la strada della nostra storia, rischiando di farle fare un testacoda. Che non sarebbe un disastro, visto che si tratta di una storia nella quale non c’è un inizio e manco una fine, ma solo un nel mentre.

Tiziano è partito quel 21 lì da La Spezia, ha percorso tutta la riviera ligure, poi si è bevuto la Costa Azzurra e poi, per rifiatare, ha preso un pullman per Lourdes. Dove ha trascorso un giorno a coltivare, in una specie di ritiro, la sua idea di religione. Poi se n’è andato a Irun, nei Paesi Baschi, dove ha cominciato un altro cammino, il Cammino del Nord.

Quest’uomo, che per un quarto è pellegrino, un quarto è camminatore, un quarto è esploratore, e un quarto è folle (capirete entro qualche riga perché), mi ha affiancato stamattina su un tranquillo rettilineo di Colunga, mentre con gli occhi ancora di sonno scrutavo il cielo cercando di capire quale sarebbe stata la razione di pioggia e fango che il Grande Manovratore di Nubi aveva in serbo per me. Al “buen camino” di rito, ho risposto “grazie”. E lui: “Italiano? Allora facciamo un po’ di strada insieme”. Non ho opposto resistenza, rimbambito com’ero dal sonno e dai postumi di una serata di sbevazzamenti con amici (in fondo sempre vacanza è!). Ci ho messo più del dovuto per capire chi, anzi cosa avevo accanto.

Tiziano lo zaino non se lo mette in spalla “perché la schiena si affatica”, ma lo traina grazie a un trabiccolo che tiene legato a una cintura. Insomma è un prototipo di quadrupede umano con due piedi e due ruote (come dimostra la foto sopra). Va così non solo su asfalto, come su una specie di quad di carne e alluminio a trazione anteriore, ma riesce a scalare sentieri rocciosi spaccandosi i quadricipiti femorali e dopandosi di un’unica consolazione: la schiena non si affatica.
Che è come dire: sparatemi al cuore, ma l’importante è che non mi venga mal di testa. 

Tiziano come me soffre il caldo ed è felice col freddo. Solo che io, a tal proposito, mi limito a scribacchiare qualche minchiata qui e a organizzare il mio abbigliamento tecnico ogni giorno in modo consono. Lui se ha caldo ai piedi, tira fuori il coltello e apre due buchi nelle scarpe.
Lo ha fatto e vi prego di credermi!
Insomma questo minotauro gommato è riuscito a sconvolgere la mia ordinaria visione delle cose – motivazioni, prospettive, anatomia, socialità – in soli due chilometri di vita condivisa. Il tempo di affiancarmi, ruggire con suole e pneumatici, pugnalarsi le scarpe, e sgommare via dietro a una curva. A mai più rivederci. Tiziano è così, l’ho imparato lungo un nastro di strada dalla lunghezza soggettiva (a seconda del passo).
Tiziano è un potatore,  non un giardiniere.
Lui taglia.  

(17 – continua)