Professione: Paris Hilton

Mi dispiace per alcuni di voi, ma l’avevo promesso. Di Paris Hilton dovevo tornare a parlare. Questa signora di cui non si conosce il mestiere è la nipote di Conrad Hilton Jr., già marito di Elizabeth Taylor e fondatore della catena di hotel Hilton. Dicono i suoi biografi che, a parte l’esordio con un video porno distribuito clandestinamente su internet, Paris Hilton ha recitato in qualche film, cantato qualche canzone, disegnato qualche vestito e soprattutto flirtato molto. Ultimamente è stata testimonial per una azienda di telefonia italiana. E’ il modello migliore a cui ispirarsi per una fetta di generazione che si riconosce nei valori della notte brava e che crede fermamente nell’umanesimo che sta al di sotto della cintola. Non ha troppe colpe, la signora. Non più di quante se ne possono attribuire al piercing o al tanga ben esibito. E’ comunque un simbolo incosciente di un periodo in cui ogni trasgressione, errore, scemenza o reato passa per un videoclip sul telefonino.

I misteri del Grande Fratello

E’ tornato il Grande Fratello. Dico subito che non sono un appassionato di reality show quindi non ho una conoscenza specifica del fenomeno. Però ne ho letto e, soprattutto, ho seguito la sorte di alcuni concorrenti. Come accade per tutti i programmi di successo (abbiamo già esaminato il caso di Sanremo) del Grande Fratello è semplice parlare male: è stupido, diseducativo, volgare, pericoloso e via dicendo tanto per riferire alcuni dei giudizi che ho letto fino a ieri sui giornali. Sarebbe più interessante ignorarlo, se davvero merita almeno un decimo degli aggettivi che ha collezionato. Invece si verifica un singolare cortocircuito in cui il ribrezzo e la passione si intersecano in giudizi estetici che sembrano critiche d’arte, psicologi e starlette fanno a gara a rubarsi il ruolo, voyeur travestono il televisore da mega buco della serratura. Non mi auguro che l’edizione italiana del GF faccia la fine di quella inglese, con fuga di sponsor e il ministro della Cultura che lo bolla come “disgustoso”. Mi auguro che finisca come dovrebbe finire un normale programma televisivo, promosso o bocciato dalla sua stessa qualità. Senza puzza al naso né estremismi.

Viva la radio (senza la tv)

Sono un appassionato di radio. Sia come strumento tecnico (a cominciare dalla mitica Tivoli) che come struttura che trasmette musica e notizie. Sin da bambino sono sempre rimasto affascinato da queste scatolette parlanti: chi ricorda le Voxon col supporto asportabile?
Onnivoro nella musica come nella scelta dell’emittente, ho il privilegio di aver vissuto sempre con una colonna sonora, quella della modulazione di frequenza appunto.
Al giorno d’oggi la radio va in tv. Da Radiodue a Radio Deejay, da Fiorello a Linus è spuntata una telecamera a raccontarci quel che fanno i nostri beniamini mentre stanno dietro a un microfono. E tutto questo non mi piace. E’ vero, si può scegliere, si può ascoltare come sempre “ad occhi chiusi”. Ma la sola idea che ci sia l’immagine a oscurare il fascino della radio mi dà un fastidio tremendo.
Boicottiamo queste iniziative, liberiamo i nostri beniamini dalla schiavitù della televisione. Alziamo i telecomandi in segno di guerra. Lottiamo per ridare agli eroi ordinari delle nostre anonime giornate il volto che solo noi possiamo inventare per loro.

Calvino

Parliamo di libri. In questi giorni celebro un anniversario: quindici anni fa leggevo “Le lezioni americane” di Italo Calvino. E’ un libro non semplice, di quelli che possono suscitare reazioni opposte (e nel link che vi propongo ne trovate un discreto assortimento). Me lo diede un vecchio amico che adesso non si ricorda nemmeno più di avermi fatto quel regalo e lo lessi in un sorso durante una vacanza sulla neve. L’opera di Calvino, che è anche tra le più citate a sproposito, mi prese per i capelli e mi fece capire qualcosa in più sulla Letteratura e – udite udite!- sulla vita. So che parlare in questi termini rischia di essere un’irritante autocelebrazione quindi la chiudo qui. “Le lezioni americane” sono state il mio giro di boa.

Il Ponte

Dopo l’incidente sullo Stretto di Messina c’è chi invoca il Ponte come unico rimedio contro queste tragedie. E’ il sintomo di una dietrologia, tutta italica, che deve per forza impiegare cerotti usati su ferite sanguinanti. Il Ponte contro gli incidenti di navigazione e, perché no?, contro quelli aerei, ferroviari, condominiali, domestici. Il Ponte è quello che ci vuole! Sono d’accordo, a patto che sia quello che auspicava Bufalino negli anni Settanta: un ponte di libri.

Antimafia

Nei giorni scorsi è riemersa la polemica sui “professionisti dell’antimafia”. Sul Corriere della sera Tano Grasso ha ammesso che Leonardo Sciascia non aveva torto in quell’articolo del 1987. Lo stesso giorno su Repubblica un ex componente del coordinamento antimafia palermitano ha raccontato come e perché – proprio a seguito dell’articolo incriminato -si decise a bollare lo scrittore di Racalmuto come quaquaraquà.
Sono sempre stato d’accordo con quanto scrisse Sciascia in quell’editoriale. Senza temere di scalfire alcuna corona, lo scrittore rappresentò – dicendola tutta – una tendenza del tempo che poi sarebbe divenuta epidemia. Fondamentalmente c’era un eccesso di presenzialismo, di cerimonie, di parole ad effetto. Sciascia fece i nomi di Orlando e Borsellino, non certo per esporli o per ferirli: sacrificò qualcosa di se stesso (fare quei nomi allora significava mettersi più che in gioco) nel segno della chiarezza. Servivano due esempi, lui li fece: a torto o a ragione. Si poteva aprire un dibattito nell’antimafia, proprio perché lo scossone non arrivava da un nemico politico né da un nemico in genere. Invece si scelse lo scontro aperto, “il chi non è con noi è contro di noi”, il pintacudismo, il matrimonio con una certa giustizia militante, la trincea.
Erano anni difficili e molte di quelle persone rischiavano la pelle. Al dibattito si preferì l’attacco, confondendo spesso le parole con i macigni, i mafiosi con i dissenzienti, la fretta con l’urgenza. Sul fronte della cronaca andò malissimo. Cosa nostra tentò di riaffermare il suo ordine col tritolo e i proiettili e, per qualche anno, ci riuscì.
L’esperienza della stagione antimafia è una grande eredità, con tutti i suoi limiti ma anche con i suoi atti di eroismo. Ciò che indigna oggi è la sopravvivenza di una classe di medio-alto livello che ha navigato in tutti i mari, usando ogni genere di imbarcazione, infrangendo più di un codice, strigendo patti ora pirateschi ora pilateschi. E’ un ampia squadra di politici, imprenditori, giornalisti, magistrati, avvocati che facendosi scudo di Sciascia ha tratto spunto per azzannare il nemico e per imbastire affari trasversali. Raramente questi signori si sono esposti in prima persona, hanno sempre mandato a dire anziché dire. Sono geni del trasformismo, galleggianti umani, coscienze deboli, forti di idee che cambiano a seconda del vento. Non sono mafiosi, sono quelli che, vent’anni fa, erano i professionisti dell’anti-antimafia.

Amarcord

Parte come una discussione oziosa, arriva come un problema dei nostri tempi. Il tempo pazzo, il caldo d’inverno. I meteorologi, che pure sciorinano statistiche per non cadere in crisi d’astinenza, dicono che questo è l’inverno più incredibile da quando esistono rilevazioni attendibili. Nel mio piccolo, ricordo l’infanzia col cappotto e i maglioni a collo alto, la neve sulle montagne in questo periodo dell’anno, la pioggia che mi impediva di giocare a pallone per strada, le scarpe inzaccherate. Quando telefonava un parente da Milano, gli si chiedeva quasi gridando (effetto psicologico per annullare la distanza): che tempo fa da quelle parti?
Anche le pubblicità erano in linea con l’andamento meteorologico. Auto col “tigre nel motore” sgommanti in curve bagnate, amari serviti in biccheri scolpiti nel ghiaccio, famiglie raccolte intorno al camino. Oggi il miglior superalcolico è quello “servito nei peggiori bar di Cuba”, nelle stazioni di benzina si va per lasciarsi cullare (e addormentare) dal gestore, le famiglie pranzano all’aperto tutto l’anno.
La scomparsa delle mezze stagioni era solo un avvertimento. Le hanno rapite tutt’e quattro.

Ustica

Certe volte non arrivo subito al dunque. Ci metto del tempo, ore, giorni. Specialmente in questo periodo di febbre cavallina ho dei pensieri che restano incagliati in un angolo di cervello. Poi una lettura, una parola ascoltata, un semplice colpo di tosse e… vengono fuori.
Mi scuso quindi del ritardo col quale affronto, nelle consuete poche righe quotidiane, un argomento importante come la strage di Ustica. Sapete che la Cassazione ha chiuso definitivamente il procedimento penale senza colpevoli. Dobbiamo farcene una ragione, quel disastro aereo (81 morti di cui 13 bambini) non fu colpa di nessuno. Bomba o missile? Colpa dei francesi, degli italiani o degli americani? Zampino di servizi segreti e aiutino della P2? Macché, ricostruzioni da film! Quel DC9 era semplicemente stanco di volare anche se i suoi passeggeri non lo erano di vivere. I tracciati radar cancellati? E vabbé, ogni tanto bisogna pur fare un po’ di pulizia.
Ho seguito passo per passo questa vicenda per motivi personali e professionali. Non c’è mai stato un solo esponente politico capace di intestarsi una battaglia di verità. E non parliamo di risarcimenti. Ai parenti delle vittime e a quelli che tra noi si sono autoeletti amici-tifosi-sostenitori dei parenti delle vittime non interessa dei soldi. Di questa storia sappiamo praticamente tutto, com’è finita, com’è cominciata, conosciamo personaggi, comparse e registi. Ci vuole soltanto un parlamentare che trovi il coraggio di salire su un palco, con le carte in mano, per raccontarcela per filo e per segno.

L’erba del vicino

Di minuto in minuto le notizie che arrivano sulla strage di Erba danno un’idea sempre più incredibile di ciò che è accaduto. I vicini di casa hanno confessato. Quattro morti. Il bimbo sgozzato dalla donna. Gli altri massacrati dal marito.
Non credo che stavolta ci possano essere ammortizzatori mediatici. Vespa può ricostruire quanto vuole il delitto nel suo salotto. Qualche altro sanguinario dei canali televisivi specializzati scomoderà psichiatri ed esperti criminali. Io, e qualche altro con le scatole piene di questa dietrologia psico-catodica, vorremmo assistere a un programma fantasy sul tema “cosa fareste a questi schifosi assassini?”.
Solo questo ci interessa.

Elogio di un programma che non mi piacque

Stasera tornano in tv Cochi e Renato. A 34 anni dall’esordio de “Il poeta e il contadino”, quella che un tempo era nota come la “coppia del Derby” si ripresenta al pubblico televisivo. Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto sono il simbolo di un umorismo nordico e nonsense che ho poco apprezzato. Ricordo che da piccolo preferivo Franco e Ciccio, forse per questioni campanilistiche, forse per una maggiore propensione alla risata grassa. Eppure la coppia padana ha saputo conservare, nel suo spopolare come nel suo rarefarsi, nel suo perdersi come nel suo ricostituirsi, un garbo e uno stile d’altri tempi. “Il poeta e il contadino” era, per come lo ricordo, uno spettacolo noiosissimo eppure civile, elegante. Battute e allusioni non ne mancavano, ma tutto era avvolto in una confezione di gran dignità. Era la tv di Bernabei quella, dove i centimetri delle Kessler spostavano milioni di telespettatori. Era una tv dove c’era chi, come Cochi e Renato, faceva cantare all’Italia intera: “E la vita, la vita… la vita l’è bela. Basta avere l’ombrela…”
Una grande illusione. Ma elegante.