Libido social a picco

In un Cammino ci sono tappe faticose per la distanza e tappe faticose per il panorama. Gran parte della Francigena che scorre nella pianura Padana si barcamena tra questi due ambiti. Perché risaie e canali fluviali sono belli, ma il sole di agosto sta lì ad aspettarti passo dopo passo, chilometro dopo chilometro. E quando i chilometri sono venti, trenta e passa ti devi inventare qualcosa.
Da buon doc che fa bene i compiti io arrivo allenato: non solo per i muscoli, ma soprattutto per le temperature e lo stato mentale. Almeno quattro mesi prima di un cammino, in quanto ex maratoneta, comincio a mettere nelle gambe chilometri e clima, situazioni mentali e bagaglio sulle spalle. Come un maniaco mi alleno con uno zaino di almeno quattro chili (quello reale sarà intorno agli 11 chili) e soprattutto coi pensieri giusti. Perché la strategia vincente è tutta nei pensieri.
È una teoria che mi è capitato di illustrare più volte in dibattiti e interviste sul tema e che, per non annoiarvi, riassumo così: una missione in solitaria ha il vantaggio imperdibile che ti consente di indossare un pensiero ogni mattina, senza che nessuno ti possa imporre/consigliare di cambiare mood. Insomma, finalmente ti dedichi a una cosa tua, solo tua con la ragionevole certezza che se qualcuno ti romperà i coglioni sarà solo colpa tua.

La tappa di oggi era tra quelle da me più temute, perché ho scelto di fare una deviazione fuori dalla via ufficiale – la Francigena ha tappe impensabili dal punto di vista dell’ospitalità, con un grave sospetto di combine commerciale – e perché questo colpo di testa, lo sapevo, lo avrei pagato a caro prezzo: strada assolata, asfaltata, in certi tratti non proprio tranquilla.
Quindi il pensiero da indossare era fondamentale: scudo, ombrello, alibi.
La fortuna – e i consigli possono essere forme di fortuna – mi ha portato a “Quattro dopo mezzanotte” di Stephen King che, incredibilmente, non avevo ancora letto. Un librone di 800 pagine che per un camminatore con uno zaino per casa è un impegno non da poco. Va detto che da decenni King è il compagno eletto delle mie missioni in solitaria, dalle Alpi alle isole del Mediterraneo, da Capo Nord all’estremo ovest dell’Europa.

Stamattina il primo racconto del tomo di cui sopra mi ha dato lo spunto per il pensiero giusto. Che può essere scomodo sennò che gusto c’è a risolverlo? Le brodaglie si gustano comodamente. Quando la situazione è cazzuta ci vuole cibo giusto per la mente.
Perversioni a parte, che sono ovviamente fuori quota in questa trattazione, l’idea instillata dal Sommo nel suo primo racconto “I langolieri” è affascinante per chi fa qualcosa di non necessariamente allineato: e se ci fosse un interruttore del mondo che conosciamo? La possibilità che ci sia una fine della realtà e che il suo confine sia una non-realtà è cibo sopraffino per le teste indipendenti, cioè per quelle che non si impantanano nelle (legittime) questioni legate a chi resta, a chi deve essere campato, ad affetti più o meno sopportati.
Il camminatore solitario può avere in tal senso una marcia in più. Perché se anche il mondo finisse in quel momento non avrebbe altro che il suo zaino da stringere e difendere. Il resto si vede, e se non si vede vuol dire che non c’è.

Proprio stasera alcune persone mi hanno scritto chiedendomi consigli su questo genere di missioni. Ho risposto a tutte quante con lo stesso ammonimento: stabilisci cosa vuoi, non cosa cerchi. Camminare a lungo per fuggire non è, secondo me, un buon rimedio. Perché quando ti fermi, poi, i tuoi pensieri, o quelli che ti inseguono, ti raggiungono. Camminare per se stessi, con libertà assoluta di cambiare le proprie prospettive è altra cosa, eccitante e comunque formativa.

Ora chiudo. Con la consapevolezza che se si parla di libri, l’audience cala vertiginosamente.
Esempio. Stasera ho messo sui miei social una foto del libro che stavo leggendo a cena al ristorante (anziché stare attaccato allo smartphone come il 99,9 per cento degli astanti). Ebbene: è in assoluto il post meno letto nella minima storia delle mie condivisioni virtuali.
Come diceva quel tale: compagni, contiamoci.

3-continua

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Pubblicato da

Gery Palazzotto

Palermo. Classe 1963. Sei-sette vite vissute sempre sbagliando da solo. Sportivo nonostante tutto.

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