In realtà di questi tempi non si fa quel che si può, ma si fa quel che si vuole. Perché in una situazione di emergenza l’alibi è sempre più a portata di mano. Quindi siamo quello che vogliamo essere, nulla di più e nulla di meno.
Ecco perché è bene parlare in prima persona, siamo una comunità di isole senza traghetto e senza ponti.  
Qui ho scelto di vestire i miei modesti panni e di confrontarmi con Marco Betta, un amico sensibile e un artista raffinato. Ne è scaturito questo dialogo in cui parliamo del buio della paura e della luce dell’arte, del passato che abbiamo scampato e del futuro che stiamo inseguendo. E poi di Palermo, della mafia, di un luogo meraviglioso come il Teatro Massimo, e delle contraddizioni di una città che si vanta persino di essere irredimibile e che deve faticare per sopravvivere a se stessa.
Fate voi.