Depistaggio, il colpevole perfetto? Un morto

L’articolo pubblicato qualche giorno fa su La Repubblica.

L’inchiesta sull’infame depistaggio per la strage di via D’Amelio sta finalmente cercando di far luce su come e perché a un certo punto, nel pieno dell’emergenza mafiosa, si è deciso di prendere uno pseudo-pentito, il meno attendibile dell’universo, di trasformarlo da scadente comparsa in protagonista assoluto, e di raccontare un romanzo di minchiate (inanellate in maniera scientifica). Solo che c’è una cosa che frulla nelle teste di noi astanti sul bordo di quell’enorme cratere mai richiuso che sono le stragi del ’92: se fu depistaggio (e depistaggio fu) ci deve essere stato qualche magistrato che ha dato indicazioni, che ha autorizzato ciò che non doveva essere autorizzato, che c’era e magari faceva finta di non esserci o che c’era e si mostrava in tutta la sua telegenia. Ecco, su questo aspetto dopo 26 anni c’è ancora una prudenza alquanto grottesca. Perché abbiamo sopportato di tutto in questa storia di orrore mafioso e scelleratezza istituzionale. Insomma diteci che è tutta colpa del maggiordomo, ma evitateci la farsa del colpevole perfetto: cioè un morto. Grazie.

  

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