Gli untori del web

L’articolo pubblicato ieri sul Foglio.

Questa è una storia di guasti moderni e di tecnologie avanzate che in sé ha poco o nulla di nuovo e di avanzato. Una storia di untori del web che agiscono con metodi medioevali, forti di un concetto tolemaico di democrazia e della sua verità decotta (o appena impastata) al centro di un universo che, pensate un po’, dovrebbe brillare di luce riflessa.
È una storia che inizia nel 1992 quando si diffonde per la prima volta il termine post-verità (dall’inglese post-truth) per stigmatizzare l’informazione distorta sulla Guerra del Golfo. Ventiquattro anni dopo, quando il web ne avrà ridisegnato i connotati, l’Oxford Dictionary lo eleggerà parola dell’anno. E l’Accademia della Crusca parlerà di una dimensione “oltre la verità”: “Oltre è il significato che qui sembra assumere il prefisso ‘post’ (invece del consueto ‘dopo’), si tratta cioè di un ‘dopo la verità’ che non ha niente a che fare con la cronologia, ma che sottolinea il superamento della verità fino al punto di determinarne la perdita di importanza”.
La lodevole leggiadria dei linguisti poco c’entra con gli attori di questa storia per i quali la crusca è solo un antico rimedio contro la stipsi, però serve a introdurre un evocativo sintomo profetico nel gioco delle parole: post-verità ovvero verità dei post.
Altro elemento fondamentale della nostra storia è lo slogan “uno vale uno” e anche questo arriva dal passato. Esattamente dal Movimento del 1968 quando la sfiducia nelle autorità costituite si sostanziava in quell’ “uno vale uno” che in realtà pestava sotto i tacchi il talento del singolo nel nome di un’uguaglianza ipocrita.
Oggi il Movimento 5 Stelle ha rimpastato tutti questi ingredienti e ne ha fatto un totem intorno al quale si celebra un rito crudele e spietato, quello delle fake news.
Il gioco è stato smascherato lo scorso anno dal sito americano BuzzFeed e da alcuni debunker italiani, individui che conducono una vera campagna anti-contraffazione delle notizie guidati da un solo comandamento in forma di domanda: perché se uno vende una borsa di Hermès falsa può essere denunciato e se invece spaccia bufale per notizie se la deve passare liscia?
Secondo gli analisti di BuzzFeed il Movimento 5 Stelle “è leader nel diffondere false notizie”. La macchina della propaganda ideata da Gianroberto Casaleggio e portata avanti oggi dal figlio Davide è complessa in quanto, si legge sul sito americano, “include non solo i blog del partito e i profili social ufficiali che hanno milioni di seguaci, ma anche una serie di siti redditizi che si descrivono come fonti di ‘notizie indipendenti’, ma in realtà sono controllate dalla direzione del partito”. Tra questi “La Fucina” (definito “un sito di salute che riporta post su cure miracolose alimentando anche cospirazioni anti vaccini”), “TzeTze” e “La Cosa”.
Nella costruzione della loro democrazia tolemaica Grillo e Casaleggio hanno saputo sfruttare l’errore più stupido che una persona intelligente possa compiere: presumere che una verità acclarata possa sconfiggere una bugia furba e rassicurante. E in questo sono stati dei precursori, puntando sul fallimento del debunking prima ancora che gli esperti di fact-checking del Washington Post ci spiegassero che, al giorno d’oggi, la verità o la falsità palese sono del tutto ininfluenti in termini di successo politico e che spesso a spararle davvero grosse, blandendo le peggiori emozioni, si vince alla grande.
Insomma i fatti non esistono più nella strategia politica d’assalto di un movimento politico nato a immagine e somiglianza di uno che dice che la mafia non uccideva i bambini sin quando non sono intervenuti i poteri forti della finanza, che crede alle palle di plastica che puliscono i vestiti, alle scie chimiche, all’invenzione dell’Aids, al finto sbarco sulla Luna, all’inutilità delle mammografie per la prevenzione del cancro al seno, al complotto dei frigoriferi romani. Ma nell’epoca degli untori del web contano davvero questi benedetti fatti? Purtroppo no, secondo il settimanale New Scientist che si è occupato del fenomeno ed è arrivato alla conclusione che, in questi anni di silicio e algoritmi, di clic e claque, di rumori di sottofondo che pretendono di farsi concerto, i fatti influenzano le nostre opinioni meno di quanto si pensi. E la conferma più semplice da riscuotere sta nel fatto che i movimenti populisti crescono in tutta Europa.
L’era della post-verità ha uno strano effetto sui comici: se non fondano partiti, partoriscono correnti di pensiero. L’umorista statunitense Stephen Colbert ha trovato la parola che inquadra magicamente il periodo che stiamo vivendo: truthiness, in italiano veritezza. Cioè l’anelito per una realtà che sembra vera e/o giusta, ma che non è basata sui fatti: coinvolge selettivamente solo chi vuol credere ai propri preconcetti. Non è roba da ridere, assodato che i fatti sono un bene comune e che nel mondo reale, sino all’altroieri, il ragionamento correva su una corsia opposta e contraria: si cercavano fatti che potessero scalfire o confermare quel che supponiamo di sapere.
Morti i fatti, serve un altro bene comune su cui investire. Qualcosa di eterno, atavico e soprattutto gestibile.
In “Supernova” l’atto di accusa di Nicola Biondo, ex capo dell’ufficio comunicazione del Movimento 5 Stelle alla Camera, e Marco Canestrari, ex informatico presso la Casaleggio Associati, c’è uno spunto che ci collega a scenari internazionali. “La tecnologia non è neutra: soprattutto i social network sono progettati per suscitare e raccogliere le reazioni spontanee e istintive degli utenti, non quelle più ragionate – scrivono Biondo e Canestrari – e ogni reazione ne alimenta altre, ogni provocazione suscita indignazione più facilmente che ispirare fiducia e positività. È un mercato in cui la ‘banca centrale’, governata da Davide (Casaleggio, ndr) attraverso le sue società, associazioni, prodotti editoriali più o meno chiaramente collegati a Grillo, stampa (…) il denaro della frustrazione e della rabbia per raccogliere i frutti elettorali attraverso lo sportello del consenso che è il Movimento 5 Stelle”.
La rabbia.
Investire sulla rabbia.
In un articolo su The Guardian lo scrittore Pankaj Mishra ha raccontato, come dalla xenofobia in Europa all’elezione di Duterte nelle Filippine, dalla Brexit a Trump, gli eventi degli ultimi anni siano incomprensibili per l’occidente razionalista e liberale. E ha spiegato come in realtà sia il nostro modo di interpretare il mondo che non funziona più.
La tentazione è quella di continuare a spiegare la crisi della democrazia – perché di questo si tratta – usando dualismi rassicuranti come liberalismo e autoritarismo, islamismo e cristianesimo, impresentabili e santissimi sputtanatori, grillismo e tradizionalismo.
“Ma – suggerisce Mishra – forse sarebbe più utile pensare alla democrazia come a una condizione emotiva e sociale particolarmente fragile che, aggravata dal turbocapitalismo, è diventata instabile”.
Le cose cambiano mentre accadono, oggi molto più velocemente. Quando ci lasciamo incantare da un presentatore tv che urla e annichilisce un navigato politico, magari esperto nella politica-spettacolo, non dobbiamo dimenticare mai che un astioso troll di Twitter è diventato l’uomo più potente del mondo calpestando fatti, verità e buona creanza.
Il duo Grillo-Casaleggio, a differenza del mondo politico tradizionale arenato su un sistema che dalle “convergenze parallele” di Aldo Moro (o di Eugenio Scalfari, l’origine è tuttora tema di dibattito, pensate un po’) sta ancora cercando un contrappasso col “ciaone” di Matteo Renzi, ha messo in atto una strategia tragicamente geniale. L’avversione e il desiderio sono facce della stessa medaglia: sia che moriamo dalla voglia di qualcosa, sia che la detestiamo sempre di ossessione si tratta. Un’ossessione che tradotta in merchandising editoriale significa dare alla gente quel che la gente si aspetta, un po’ perché lo teme un po’ perché le piace temerlo. E la seconda è l’ipotesi più fruttuosa. Gli inglesi parlano di echo-chambers, “camere dell’eco”, zone franche del web (soprattutto dei social) dove la verità dei fatti è talmente temuta da non esistere nemmeno, tant’è vero che ogni utente ha selezionato e quindi riceve solo le notizie e i commenti coi quali concorda a priori.
È grazie a questa consapevolezza che Beppe Grillo si può permettere di rispondere a quelli di BuzzFeed ammonendoli dal diffondere notizie false ed esortandoli “a fare un articolo sulla libertà di stampa in Italia visto che il nostro Paese è al 77° posto nella classifica di Reporter senza Frontiere ed è considerato parzialmente libero”.
Grillo sa di rispondere con una bufala a chi lo accusa di spacciare bufale, ma se ne frega perché le “camere dell’eco” dei suoi elettori sono insonorizzate all’urlo della verità. Basterebbe aver letto il rapporto di RsF, e non citarlo per sentito dire, per sapere che la causa della nostra arretratezza non è la stampa serva e asservita (veritah!, vergognah!, onestah!), ma sono le minacce e le violenze alle quali sono sottoposti i giornalisti italiani. E basterebbe aver letto l’aggiornamento del 2017 che ci vede promossi (poca cosa, ma ogni mollica a poco a poco fa pane) dal 77° al 52° posto per accorgersi che lo stesso Reporter senza Frontiere addita come minaccia alla libertà di stampa, proprio nell’era delle fake news, personaggi come Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan, ma anche i movimenti anti-sistema, come il britannico Ukip e, guarda un po’, il Movimento Cinque Stelle in Italia.
Negli spettacoli di Beppe Grillo, e per incanto nelle dichiarazioni dei suoi adepti, torna spesso il mantra “queste cose non ve le dice nessuno” declinato in forme più perentorie (“vi nascondono la verità”) o maliziosamente interrogative (“perché i giornali non ne parlano?”). I siti della galassia Casaleggio campano di rivelazioni presunte, di verità alternative che promettono sorprese a sazietà perché in fondo – è il sottotesto – tutto ciò che sappiamo è falso. E qui la sfiducia sempre più diffusa nei confronti dell’informazione ufficiale e della comunicazione istituzionale rende il gioco più facile. Se nessuno ne parla, sarà sicuramente vero. I vaccini che provocano l’autismo? La prova è nel silenzio dei grandi scienziati. I 35 euro al giorno per i migranti? La politica ha paura di confessare. Le scie chimiche? Esistono perché i giornali non ne scrivono.
Un tempo per avvelenare il dibattito politico e farlo deragliare nel caos di tesi urlate senza ragione si usava lo straw man argument, un metodo che consiste nel confutare un argomento proponendone una rappresentazione errata o distorta.
Esempio.
Io dico: “Mi piacciono i papaveri”.
L’interlocutore ribatte: “Dai papaveri si estrae l’oppio quindi sei a favore delle droghe pesanti”.
Oggi non c’è più bisogno neanche dello sforzo dialettico dello straw man argument giacché basta invocare una presunta censura (“queste cose non ve le dice nessuno”) e il gioco delle tre carte è fatto. L’invenzione di un complotto è il modo migliore per riverniciare una minchiata e rivenderla al prezzo di una verità scomoda.
Come tutti gli untori, anche quelli del web hanno a che fare col tempo di incubazione e di diffusione del virus, in questo caso quello della panzana. Il romano Filippo Menczer, professore di Informatica e Computer Science all’Università dell’Indiana, negli Stati Uniti, a capo di un gruppo di lavoro che si occupa di social media e informazione, ha calcolato il tempo che passa tra la diffusione di una bufala e quella di un articolo che cerca di disinnescarla raccontando la verità: tredici ore. Un tempo infinito nel moltiplicarsi dei clic su siti e social network che, con la complicità dell’algoritmo di Facebook, amplifica a tal punto l’effetto delle fake news da rendere inefficace ogni rimedio. Pensate cosa sarebbe successo alle vecchie leggende metropolitane – dai rapimenti da parte degli alieni ai coccodrilli nelle fogne di New York – se si fossero diffuse in tempi recenti. Anziché vivere di rimbalzo nel passaparola sarebbero entrate nella to do list di qualche influencer o comunque avrebbero lasciato un segno nei prodotti editoriali costruiti per raccontarvi “quello che nessuno vi dice”.
E non crediate che siano fesserie, poiché con quest’andazzo le fesserie sono una cosa seria. Il filosofo statunitense Harry Frankfurt ha scritto un saggio sulle stronzate (On Bullshit) nel 1986, in tempi tecnologicamente non sospetti partendo da una considerazione: “Solo perché una cosa è una stronzata, non è detto che non sia stata accuratamente pensata”. E profeticamente ha avvertito: “Gli artisti della stronzata sono una minaccia molto più seria rispetto ai fanatici, perché sono più adattabili”. La storia, questa storia, ce lo dimostra.

  

One Comment

  1. Fake news a 5 stelle | Gery Palazzotto
    Nov 24, 2017 @ 13:54:08

    […] fianco dei grillini fabbricatori di bufale è sempre Buzzfeed. Come ricorderete – ne ho scritto qui e sul Foglio – già lo scorso anno il sito americano aveva bollato il movimento grillino come […]

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