Foto di Daniela Groppuso

Foto di Daniela Groppuso

Sono un po’ in difficoltà perché vorrei scrivere di una cosa personale e lieta, ma non mi viene semplice nonostante sia abbastanza abituato a scribacchiare.
Vado dritto al punto e cerco di farla breve.
Alcune persone si arrendono al fatto che le amicizie invecchiano. Costoro sfogliano le pagine della vita cercando di mandare a memoria i momenti presenti per evitare poi di tornare indietro a rileggere.
Altre persone, molto fortunate, invece hanno amicizie solide e antiche. Loro le pagine della vita amano leggerle ad alta voce, tornando indietro spesso per assaporare concetti cruciali.
Io sono uno di questi.
Perché ho un manipolo di amici, sempre gli stessi, che frequento da 35 anni (e passa, per alcuni). Alla fine degli anni Settanta eravamo un gruppo e lo siamo ancora oggi, con gli stessi codici, gli stessi ruoli, le stesse tare caratteriali. Un gruppo che fa il suo mestiere di gruppo, ombelichista e autocelebrativo, ma che non ha mai chiesto il pedigree ai nuovi arrivati. Anzi, li ha valorizzati se meritavano: altrimenti li ha cacciati via a calci in culo. Le mogli, i mariti, i figli sono automaticamente diventati le nostre mogli, i nostri mariti e i nostri figli in un turbine di affetto fisico e rumoroso che è la cifra di questo lungo sodalizio. Perché a noi piace abbracciarci, baciarci, suonare, imboccarci a tavola, sederci in due su una sedia, parlare a voce alta, lottare come i bambini in spiaggia, ascoltarci, godere dei successi dell’altro, commuoverci per una canzone o cantare per non commuoverci.
Nei miei amici non ho mai intravisto un accenno di invidia, ma solo gioia nella condivisione. Le loro spalle le conosco tutte, benissimo, perché talvolta è stato importante appoggiarsi.
So che non a tutti capita una fortuna simile. Per questo è bello ogni tanto chiudere la porta del lamentatoio e crogiolarsi tra i doni della buona sorte.
Questo volevo dire.

Please follow and like us: