La politica del fare e la politica del dire

via libertà palermo sporca

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

La distanza tra la politica del fare e la politica del dire si misura col metro. Lo stesso metro col quale si misurano i giardini in abbandono, le ville invase dai rifiuti, le strade sporche, il parco della Favorita morente.
La nuova Palermo di Leoluca Orlando, quella uscita dal tunnel dell’edonismo invisibile di Diego Cammarata, mostra l’illusione di una doppia faccia: da un lato l’impegno per darsi un tono internazionale, dall’altro il disimpegno rispetto alla cura degli spazi comuni. O se preferite: da un lato le candidature a capitale europea della cultura 2019 e a capitale europea dello sport 2017, dall’altro l’inopinata moratoria (come dimostrato dai reportage di Repubblica in questi giorni) della lotta all’incuria.
A Palermo le emergenze hanno condito il piatto della politica che le ha spesso valutate non in termini di gravità oggettiva ma di visibilità. E per paradosso le emergenze più estese e perduranti, quindi visibilissime, sono quelle che pesano meno nell’impatto emozionale dell’amministrazione pubblica. Perché il cuore dell’assessore è assuefatto e non sussulta davanti alle erbacce che soffocano i monumenti, ma rischia un’extrasistole se si fulmina una lampadina alla Zisa Zona Arti Contemporanee. Il che, si capisce, non vuol dire che il Cantiere culturale debba restare al buio, ma che la luce debba vederla anche la villa di piazza Ignazio Florio una volta liberata da cumuli di erbacce e rifiuti.
Il crollo del pubblico interesse per le zone di pubblico interesse è datato e non può essere addebitato alla giunta Orlando, ma sarebbe di buon auspicio che, oltre al lodevole impegno per la ricostruzione della Città della Scienza di Napoli, nel nuovissimo sito del Comune di Palermo si trovasse spazio, che so, per un piano di salvataggio del Ponte dell’Ammiraglio massacrato dai vandali o per un’energica ripulitura del giardino di piazza XIII vittime, nel quale fioriscono solo bottiglie di plastica e cacche di cani. Oddio, qui non si chiedono le truppe cammellate, ma il minimo essenziale: qualcuno, regolarmente stipendiato, che tagli, ramazzi, raccolga senza star lì a misurare se l’altezza del cespuglio è consona al suo contratto e che il giorno dopo non presenti certificato medico per esaurimento nervoso.
La politica cittadina ha il suo bel da fare per ridurre la locuzione post-cartesiana “inauguro dunque sono” a mera battuta satirica, tipo “piove, governo ladro”. (…)

  

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