LiveSicilia mi ha chiesto cosa ne pensassi dell’idea di sospendere la maratona di Palermo dopo la morte dell’atleta Vincenzo Mutoli. Ho scritto questo.

Chi corre una maratona fugge da qualsiasi cosa, tranne che dal pensiero della morte. E non per coraggio o per superficialità, ma per biologia.
Chi corre è schiavo di quella droga naturale che sono le endorfine, l’unica sostanza stupefacente che non si produce in una raffineria ma nel cervello.
Chi corre si vuole invincibile, fallacemente invincibile. La morte non esiste, figuriamoci il suo pensiero…
Era così anche per il povero Vincenzo Mutoli, che si è spento ieri mentre partecipava alla Maratona di Palermo. Il cuore, come si dice in questi casi, lo ha tradito e presto sapremo se a questo tradimento si poteva porre rimedio oppure no.
Nel frattempo la pietà umana deve trovare la giusta collocazione per evitare derive populistiche.
Non c’è nulla di scandaloso nel fatto che la maratona di Palermo non si sia fermata dopo la morte dell’atleta. E, ovviamente, ciò non per mancanza di rispetto nei confronti di Mutoli, ma per un forma di realismo che è seme della speranza.
Il percorso di una maratona non è uno stadio o un circuito di automobilismo dove un giudice fischia o alza una bandiera e tutto si ferma. A Palermo migliaia di persone erano sparse su un anello virtuale di oltre 21 chilometri. La difficoltà logistica di uno stop anticipato depotenzia il valore dell’iniziativa perché il simbolo che si vuole innalzare è frantumato in mille situazioni diverse, tempi diversi, umori diversi.
La maratona non è uno sport ricco, non ha uno showbiz da far inginocchiare. E’ un piccolo circo di preziosissima gente qualunque, come Vincenzo Mutoli, che grazie alle endorfine e a un’incrollabile forza di volontà fa cose grandi, che gli altri, tutti gli altri, possono solo invidiare: provate a correre solo per 4 chilometri se ce la fate, poi moltiplicate tutto per dieci.
Inoltre per preparare una competizione, a livello amatoriale, occorrono mesi, mesi e mesi di fatica povera e solitaria. Fermare forzatamente un maratoneta al 35 chilometro, quando la sua soglia della coscienza è un baluginare di dolore e fatica, significa costringerlo a maledire istintivamente qualcuno.
E Vincenzo Mutoli merita i pensieri migliori. Quelli che ognuno di noi, appresa la notizia al traguardo, gli ha rivolto nell’intimo di una preghiera, al riparo dello pseudo-cordoglio di chi non sa nulla dell’agonismo puro e cerca uno strapuntino su cui salire per tuonare contro il governo ladro che fa piovere… infatti ieri pioveva e allora maledetti tutti, fermatevi, insensibili, i piccioli inseguite, vergogna, vergogna…
Infine un dubbio, discretamente velenoso: quanti dei commentatori oggi indignati fanno parte di quella schiera di incivili che domenica hanno assediato con le auto ogni incrocio, suonando all’impazzata il clacson al passaggio degli atleti e urlando maledizioni contro chi non gli consentiva di scorrazzare in macchina anche nell’unico giorno all’anno dedicato al podismo?

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