Ha un che di misterioso l’accanimento di chi, in questo periodo dell’anno, manda messaggi di auguri stereotipati, perlopiù frasi fatte, copiate-incollate e sparate in serie a tutta la rubrica del telefonino o del computer. E il mistero sta tutto in quell’assenza di volontà per un gesto che invece dovrebbe essere molto volontario: fare o non fare gli auguri significa in fondo scegliere, decidere chi far partecipi, chi mettere da parte, chi tenere sulla graticola e chi premiare.
Invece ogni anno riceviamo molta di quella che ritengo simile a un’immondizia dei sentimenti.
Io ho tre “clienti” affezionati, in tal senso.
Uno è un tale che scrive frasi tipo “il primo pensiero va a te e alla tua famiglia… perché sei una persona speciale… ti auguro personalmente ogni bene” e invia la mail a una tonnellata di destinatari nascosti credendo di avere a che fare con una tribù di fessi.
Un altro è uno che quando lo cerchi non ti risponde mai e che per Natale ti invia i suoi “più fervidi auguri” firmandosi con cognome e nome come se fosse un compagno di naia.
L’ultimo è il più infido perché ti colpisce alle spalle. Ti chiama personalmente, fa finta di coccolarti, poi ti rifila un sms o una mail in cui ti chiede il favore dei favori oppure ti ricorda il suo ultimo libro che potrebbe essere un ottimo regalo per natale eccetera eccetera.
Per tutti loro l’hashtag è #amaipiùrivederci.

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