“Leggo” rilancia, anzi dimezza

di Tony Gaudesi

Una notizia può essere servita in molti modi, tagliata in svariate maniere, inquadrata dal suo profilo più accattivante. Spacciare una retromarcia per un prodigioso balzo in avanti, vestire  Caporetto da Vittorio Veneto è però tutt’altra cosa: roba da discepoli di Harry Potter più che da giornalisti seri. E’ successo nei giorni scorsi  con l’annuncio del restyling di Leggo, il pioniere della free press italiana, distribuito gratuitamente da Bari in su, che – hanno sottolineato con enfasi qualche quotidiano e  telegiornale – “si rifà il trucco e raddoppia  pagine e contenuti, a partire dal web”. Bello, bellissimo. Peccato che lo strombazzato rilancio passi sul cadavere di 13 edizioni locali (Napoli, Firenze. Bologna, Napoli, Venezia, solo per citarne alcune), tagli migliaia e migliaia di copie e spalanchi il tunnel della cassa integrazione per dodici giornalisti. Fatti, questi,  appena accennati – e non da tutti – tra una sviolinata e l’altra per casa Caltagirone (l’editore del giornale).
Leggo
sopravviverà soltanto a Milano e Roma, seppur vitaminizzato da 24 pagine aggiuntive e maggiori contenuti per calamitare meglio gli sponsor.  La vera notizia nella notizia, occultata da tutti, è comunque un necrologio: la nuova vita di Leggo è la morte (o quasi), a livello nazionale, del fenomeno free press, sbarcato in Italia con Metro e con la testata di Caltagirone intorno al 2000. La perentoria ritirata lungo lo Stivale del simpatico tabloid non può essere letta in altro modo, nonostante il patetico tentativo del quotidiano di mostrare i muscoli in favore di telecamera o davanti ai taccuini di miopi cronisti. I numeri della free press, del resto, raccontano da tempo di magri incassi e inserzionisti in fuga, fatti che hanno lasciato sul campo altre illustri vittime nel recente passato. L’ultima è stata Epolis, l’unico quotidiano gratuito capace di saltare lo Stretto e sbarcare in Sicilia. Anche allora, come adesso,  fu una morte silenziosa, lontana dai riflettori della stampa che conta. Pochissimi raccontarono il trapasso (noi lo abbiamo fatto qui e qui), nonostante molti per giorni avessero chiesto invano al loro barista che fine avesse fatto il giornale che leggevano ogni mattina davanti ad una tazza di caffè caldo. Evidentemente, a differenza della cronaca, in editoria una morte fa meno notizia di una nascita o – come in questo caso – di una rinascita. Tarocca o meno che sia.

  

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