La condanna di Google per violazione della privacy in merito al celebre filmato del ragazzo Down ha riaperto il dibattito sui controlli ai quali sottoporre i contenuti del Web.
Dico subito che non sono tra i sostenitori della libertà assoluta di fare e disfare quel che si vuole nella Rete (come nel mondo reale). Sono contro l’anarchia.
D’altro canto so bene che l’alternativa, al momento, sarebbe il modello cinese con filtri e censure persino a livello di router.
Però, per fare un esempio non troppo originale, credo che la condanna di Google sia assimilabile alla condanna di una fabbrica di armi per un omicidio compiuto con le pistole che portano il suo marchio.
Sono inoltre indeciso se andare a fondo della vicenda, indagando sul perché i giudici hanno preferito il reato di violazione della privacy rispetto a quello di diffamazione o di istigazione alla violenza, o se derubricare il tutto a improvvisazione giuridica. Per comodità scelgo la seconda opzione: c’è meno da spiegare e per di più oggi mi sento stanco.
Il vero problema è la responsabilità dei singoli. Argomento intoccabile in questo Paese perchè ogni volta che lo si invoca, il singolo per eccellenza (cioè il capo di tutti i singoli, veri, presunti, onorevoli e disonorevoli) grida al complotto. Eppure basterebbe fare in modo che su internet ognuno sia riconoscibile, abbia un codice a barre, una targa, per evitare certe penose rincorse legislative e certi aborti giuridici. Voglio vedere poi se qualche idiota ha ancora il coraggio di postare un video con un ragazzo Down picchiato e umiliato.
La libertà non ha nulla a che fare con l’anonimato. Le rivoluzioni, se proprio vale la pena di farle, si fanno a volto scoperto e coi propri nomi.

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