La responsabilità dei singoli

La condanna di Google per violazione della privacy in merito al celebre filmato del ragazzo Down ha riaperto il dibattito sui controlli ai quali sottoporre i contenuti del Web.
Dico subito che non sono tra i sostenitori della libertà assoluta di fare e disfare quel che si vuole nella Rete (come nel mondo reale). Sono contro l’anarchia.
D’altro canto so bene che l’alternativa, al momento, sarebbe il modello cinese con filtri e censure persino a livello di router.
Però, per fare un esempio non troppo originale, credo che la condanna di Google sia assimilabile alla condanna di una fabbrica di armi per un omicidio compiuto con le pistole che portano il suo marchio.
Sono inoltre indeciso se andare a fondo della vicenda, indagando sul perché i giudici hanno preferito il reato di violazione della privacy rispetto a quello di diffamazione o di istigazione alla violenza, o se derubricare il tutto a improvvisazione giuridica. Per comodità scelgo la seconda opzione: c’è meno da spiegare e per di più oggi mi sento stanco.
Il vero problema è la responsabilità dei singoli. Argomento intoccabile in questo Paese perchè ogni volta che lo si invoca, il singolo per eccellenza (cioè il capo di tutti i singoli, veri, presunti, onorevoli e disonorevoli) grida al complotto. Eppure basterebbe fare in modo che su internet ognuno sia riconoscibile, abbia un codice a barre, una targa, per evitare certe penose rincorse legislative e certi aborti giuridici. Voglio vedere poi se qualche idiota ha ancora il coraggio di postare un video con un ragazzo Down picchiato e umiliato.
La libertà non ha nulla a che fare con l’anonimato. Le rivoluzioni, se proprio vale la pena di farle, si fanno a volto scoperto e coi propri nomi.

  

4 Comments

  1. Emanuele
    Feb 25, 2010 @ 00:57:50

    Il punto è che ciò che dici è tecnicamente impossibile. Chiunque potrà sempre camuffare la propria identità su internet perché “nulla è inviolabile”. Crei un sistema di identificazione e creerai anche il metodo per non identificarsi o per identificarsi con identità fittizie. La struttura di internet non lo permette e garantire in maniera migliore la veridicità di una identità costerebbe tecnologicamente tantissimo.
    Non voglio difendere la scelta dei giudici, quella è discutibilissima, era solo per puntualizzare quella frase.
    Ah, a proposito, in realtà nella decisione dei giudici vedo anche un lato positivo: Google è un’azienda e come tale dovrebbe garantire che ciò che pubblica non lede nessuno. Altrimenti perché la grande azienda può e il piccolo giornale no? Il video era ospitato sui suoi server, non semplicemente indicato tramite qualche pagina a titolo informativo. Ovviamente, dall’altro lato, è anche giusto riflettere quanto sia corretto punire Google considerato il tipo di servizio che offre e il rischio che questa condanna, in futuro, porterà ad una maggiore censura dei contenuti che produrrà, semplicemente, silenzio su fatti che ogni tanto andrebbero portati alla luce per esser denunciati.
    Ok, mi sono dilungato abbastanza…
    Ciao,
    Emanuele

  2. Mirko
    Feb 25, 2010 @ 10:17:29

    Questione controversa. Secondo me serve una riflessione di carattere tecnico: costi quel che costi.

  3. Angelo
    Feb 25, 2010 @ 11:45:45

    Ma, se anche si impedisse di pubblicare tali video, gli atti ripresi (in questo caso, l’umiliazione del ragazzo Down) cesserebbero?

    In altre parole, quell’atto è stato compiuto perché c’era qualcuno che lo stava riprendendo, oppure è stato ripreso perché c’era qualcuno che lo stava compiendo?

  4. Massimo
    Feb 25, 2010 @ 14:54:30

    La Rete come mezzo non è fatta per nulla in particolare – non per effettuare chiamate, inviare video, ecc. Ci si lavora a tutti i livelli, da uno a singolo, da molti a molti. Questo la rende molto insolita come mezzo. In realtà, in genere viene trattata non come un mezzo (media) ma come un mondo a parte, ricco di collegamenti, persistente, e sociale.

    Poiché tutto quello che incontriamo in questo mondo è qualcosa che noi, come esseri umani, abbiamo fatto (anche se a volte indirettamente), la Rete é sentita come se fosse “nostra”. Ovviamente non è “nostra” nel senso lato di “proprietà”. Piuttosto, è nostra allo stesso modo in cui il governo è “nostro” (ok, non dappertutto ;-) ) o come é nostra la cultura. Non ci sono troppe cose al mondo che sono “nostre” in questo modo.

    Se permettiamo ad altri di prendere decisioni su ciò che debba essere la Rete – preferendo o consentendo solo alcuni contenuti e servizi ad altri – la Rete non piú essere sentirà come se fosse “nostra”, e noi tutti perderemmo un po dell’entusiasmo (= amore) che guida la nostra partecipazione, l’innovazione, e gli sforzi di collaborazione in Rete.

    Quindi, se vogliamo parlare del valore di Rete Internet “aperta”, dobbiamo chiederci che cosa sia in questo caso il contrario di “aperto”.

    Nessuno penso stia proponendo un Internet “chiuso” peró riflettiamo su questo: quando si tratta di Rete Internet, il contrario di “aperta” non é “chiusa” o “controllata”, ma è “di loro” invece che “nostra”.

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