È solo una premessa, non brevissima ma manco lunga, però serve per arrivare al nocciolo di una discussione che ci riguarda tutti, anche se pochi se ne interessano.

Ricordate la “Netflix della cultura” di cui parlò il ministro Franceschini esattamente un anno fa da Gramellini su RaiTre? Doveva essere una piattaforma digitale per “offrire a tutto il mondo la cultura italiana a pagamento”. Per quel che sappiamo questo sogno, ancora oggi irrealizzato dopo un lockdown nel quale sarebbe servito qualcosa di più di un annuncio a effetto, ha un nome, ITsART (da “Italy is Art”) e sarà un’entità di cui si occuperanno Cassa Depositi e Prestiti, società controllata dal ministero dell’Economia che tra i compiti ha quello di investire per conto dello stato italiano, e Chili, un’azienda milanese fondata nel 2012 dall’ex candidato sindaco di Milano per il centrodestra Stefano Parisi, che si occupa di streaming. Ho più volte espresso perplessità sull’operazione “Netflix della cultura”, ma in questo caso le mie idee non contano (a parte che per ribadire una certa sensazione negativa su tutta la faccenda, anche se non siamo ancora nel campo dell’io ve lo avevo detto).

Contano alcuni fatti che servono per la famosa premessa.

Tra investimenti pubblici (la maggior parte, anche grazie al Recovery Fund e fondi privati (meno di un terzo del totale) questa piattaforma dovrebbe poter contare su circa 30 milioni di euro iniziali. Trenta milioni di euro al momento non si sa per cosa. Ai quali si dovrebbero aggiungere altri 4 milioni per pagare (annualmente?) gli enti che dovrebbero fornire i contenuti.
Sarà un sito – e tra poco ci sarà un colpetto di scena – ma forse anche una app.
Sarà un canale di distribuzione di spettacoli già registrati, ma forse anche di nuovi.
Fornirà contenuti a pagamento, ma forse no.
Pagherà gli artisti che si esibiscono, ma solo se venderà il contenuto degli stessi (quindi gli artisti rischiano come sempre in prima persona).
Ci sarà la pubblicità, ma anche no.
Ci saranno contenuti già condivisi da altre piattaforme, da RaiPlay a singoli teatri, ma anche no.
Ci sono stati dei pasticci con la registrazione del dominio dato che itsart.com porta a un sito privato (si sono fatti fregare insomma). Ma soprattutto – e siamo al colpetto di scena – a un anno dall’annuncio del ministro Franceschini l’home page di un sito che costa solo per la messa in moto 30 milioni di euro è un monoscopio. Cioè il nulla. In piena pandemia, con la cultura che boccheggia e le promesse che galleggiano.

E poi il modello.

Lontano anni luce da una visione attuale del sistema di fruizione della cultura online.
Chi vaglia per esperienza i contenuti? Chili, che si occupa di film e serie tv? La Cassa Depositi e Prestiti che si occupa di moneta?
Che tipo di business può mai nascere da una struttura che si basa quasi esclusivamente su contributi acquisiti da entità esterne, quindi senza alcun controllo sulla qualità?
Chi garantisce per le realtà più piccole che non hanno mezzi per fornire video di qualità? Dovrebbero essere escluse, e se sì di che cultura questa novella Netflix si dovrebbe far portatrice?

Ecco questa era la premessa. Domani entreremo nel merito della discussione. Che ci riguarda tutti, ricordatelo.

1 – continua

Seconda puntata.
Terza e ultima puntata.