L’articolo pubblicato su la Repubblica.

Il welfare delle mazzate. Dai verbali degli spaccaossa, la banda che truffa le assicurazioni con atroci ferimenti volontari e organizzati, il modello che emerge è quello di una sorta di stato sociale parallelo, con tanto di regole di mercato e linee economiche sanguinolente.

Lo scenario è quello di una Palermo tanto disperata quanto cinica, con personaggi che a tratti ricordano il Mister Wolf di Quentin Tarantino, interpretato da un favoloso Harvey Keitel, che in “Pulp Fiction” compare solo per 10 minuti, eppure emerge come un protagonista non solo della storia ma di una metafora sempiterna: lui “risolve problemi” e non si cura di sangue e dolore.

Allo stesso modo alcuni protagonisti della crudele storia degli spaccaossa si pongono come risolutori, coloro i quali cioè sono nella scena del delitto per proporre soluzioni. E non c’è nulla di asettico, almeno in principio poiché dai verbali degli indagati emerge un barlume di sensibilità (si fa per dire): “Io all’inizio di queste fratture non ne volevo sapere perché le persone si facevano veramente male”, ammette il capo della banda Antonino Di Gregorio davanti ai magistrati.

Ma il suo cuore tenero ci mette poco a cedere alle ragioni dei soldi perché, fatti bene i conti, se il lavoro non se lo fosse preso lui se lo sarebbe accaparrato qualcun altro. Insomma quando il business c’è, il vantaggio è di chi lo sfrutta per primo. Che siano tibie spaccate o carta bollata poco importa, fondamentale è massimizzare gli utili.

Il modello economico del clan cambia all’improvviso quando l’intuizione storta di De Gregorio lo porta a una considerazione gelidamente elementare: “Prima gestivamo le pratiche di chi si faceva male da solo… Ma lo facevano tutti a Palermo e i guadagni erano troppo bassi. Dovevamo evolverci e dal 2017 abbiamo cominciato ad occuparci di casi in cui le fratture venivano appositamente inflitte per ottenere i risarcimenti sostanziosi”. Ecco la svolta: dal modello estensivo al modello intensivo, tipo coltivazione del grano.

Nella terra del caos, nell’Isola della disorganizzazione come modello funzionale di organizzazione, le poche strutture ben coordinate sono quelle criminali, non è una novità. Così gli spaccaossa sposano una filosofia aziendale rigidamente compartimentata: c’è il settore reclutamento delle vittime, quello dell’assistenza post-frattura, quello burocratico con un’aspirante avvocatessa che  si occupa delle carte dei risarcimenti, quello operativo delle mazzate, e persino quello medico ambulatoriale con un infermiere che fornisce anestetici e antidolorifici. Manca solo il customer care, ma evidentemente la disperazione non si recensisce, non prevede la casella “giudizio dell’utente”. 

L’astrazione tutta siciliana del concetto di causa da quello di effetto diluisce il rumore sordo della mazza sul femore in quello del tintinnio della moneta. Un colpo ben assestato e l’affare è fatto in un sistema in cui la vittima è vittima due volte: di una violenza e di un modello. “Purtroppo in città c’è molto bisogno, in giro c’è molta povertà… gli davo 500 o 600 euro e poi facevo partire il sinistro…” chiosa il Signore delle Tibie ipotizzando, senza ammetterlo, che uno stato di necessità possa alimentare un mercato in cui la merce principale è il dolore fisico imposto. Nulla di nuovo nella terra in cui lo slogan “la mafia dà lavoro” non è mai stata una provocazione bensì una fede maledetta.