Quando qualche mese fa ho deciso che avrei fatto il Cammino del Nord mi sono imbattuto in un errore di valutazione. Pensavo ai chilometri, più di 830, a come sarei riuscito a mettere un passo dopo l’altro in quei benedetti 34 giorni senza mai una sosta più lunga di una notte. Pensavo ai pensieri che avrei dovuto scegliere, i più fecondi in prima fila, tutti gli altri dietro. Pensavo alla musica che avrei selezionato, alle playlist imbastite con pazienza in cui ritmo e supporto di meditazione stringono un patto di non belligeranza. Pensavo al quando, al dove, forse – non confessandomelo apertamente – anche al perché.

Pensavo cioè a ciò che avrei avuto davanti, e non a quello che avrei avuto dietro. Più precisamente sulle spalle. Ho coltivato quindi l’illusione che il bagaglio, più precisamente lo zaino di 50 litri, sarebbe stato facile da riempire: quel che c’entra c’entra, il resto vaffanculo.

Erroraccio di valutazione.

Solo alle 5 di stamattina, quando a fatica ho cacciato dentro lo spazzolino da denti come se fosse un ferro da stiro, ho pagato lo scotto di una inusitata filosofia della sottrazione applicata alla compressione fisica.

Scandisco il concetto, anzi lo riformulo per i posteri: fare un bagaglio di 8 chili per un mese di sopravvivenza è la vera impresa, altro che ottocento e passa chilometri a piedi. Perché la scala delle priorità si allunga proporzionalmente alla voglia di libertà. Più cerchiamo la leggerezza, più ci inventiamo un accessorio fondamentale per conseguirla. Se sogniamo il mare, pensiamo al costume, ma subito dopo arrivano la crema solare, la maschera, eccetera… Se sogniamo una passeggiata in montagna, pensiamo alle scarpe da trekking, ma subito dopo arrivano quelle più leggere perché se magari fa caldo e il terreno lo consente… massì, perché non concederci un doppio paio?

Insomma la leggerezza cozza con la reale pesantezza dell’apparato che abbiamo messo su per raggiungerla.

Il Cammino segna la svolta, un cambio radicale.

Otto chili e non rompere il cazzo, ti dicono le tue spalle. Che poi sono loro quelle che dovranno sbrigarsela: i sogni pesano, eccome. Adesso non so se sono riuscito a mettere dentro tutto il necessario, confido nella buona sorte e nello spirito di adattamento che non è mai stato il mio marchio di fabbrica. So però che per prima cosa ho stipato un breve elenco di desideri. Li ho messi lì, nella tasca laterale, quella a portata di mano insieme al taccuino e alla mia musica. Il primo è una sorta di comandamento: ricordati di desiderare.

Qui Irún. Si parte.

(1-continua)

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