L’articolo pubblicato su la Repubblica.

Ogni tanto a Palermo salta fuori l’emergenza traffico. Un’emergenza che non c’è. Una mistificazione o meglio un’invenzione dato che l’emergenza si sostanzia di circostanze impreviste e che il traffico è in realtà il tessuto connettivo della città, prevedibile e inesorabile come il florilegio di soluzioni che da decenni condisce ogni discussione sul tema. Più Ztl, più isole pedonali, più parcheggi, più semafori intelligenti, più targhe alterne, più mezzi pubblici, più multe, più telecamere e via addizionando. Il risultato è sempre lo stesso, un esercizio di retorica attorno al nodo del problema che riguarda il rapporto perverso tra il palermitano e l’automobile.

Gli ultimi dati, presentati dall’assessore Catania, ci dicono che otto cittadini su dieci si muovono in macchina (o in moto) per andare al lavoro, cioè ritengono che il vero cambiamento nella vivibilità di Palermo sia quello che devono affrontare gli altri. È un problema culturale, inutile girarci attorno. E ci sono le prove.

Basta analizzare la fenomenologia del parcheggio. Se il luogo da raggiungere è notoriamente una zona in cui posteggiare è impossibile, il palermitano non viene sfiorato dall’idea di mollare l’auto a casa e anzi parte lancia in resta alla conquista dello spazio negato. Un po’ come accade con l’immondizia abbandonata per strada, è tutta questione di chi fa il primo passo. Come il “sacchetto zero” figlia rapidamente (tipo abnorme riproduzione cellulare) una montagna di rifiuti, così la prima automobile abbandonata ad esempio al centro di una piazza, scatena una geometria complessa di lamiere in cui l’unico spazio vitale garantito è quello per il posteggiatore abusivo che si occupa di impilare i mezzi. Certe cose non si improvvisano, ci vogliono formazione, esperienza, caparbietà: cultura appunto.

Anche nello sguardo sdegnato nei confronti degli autobus c’è qualcosa di atavico, il marchio dell’indole. Secondo il mantra del palermitano automunito, il bus non si usa perché è lento e sporco. Lento e sporco di suo, secondo una logica blindata: non può esistere un bus veloce e pulito, è l’assioma. Il solo ammettere una lontanissima possibilità che da qualche parte, in una remota galassia dell’Amat, possa esistere un 101 nuovo nuovo rischierebbe di innescare un buco spazio-temporale dagli effetti catastrofici aprendo una sorta di stargate su un mondo terrificante dove quattro passi a piedi non uccidono nessuno e i divieti di sosta non sono un’offesa personale. No, meglio rimanere saldamente ancorati alla realtà e diffidare delle sirene della controinformazione secondo le quali se un autobus va a passo d’uomo forse la colpa è degli automobilisti che invadono le corsie preferenziali, e se magari è pure sporco probabilmente ci sarà chi lo usa come una pattumiera (oltre a chi non lo pulisce).

Ma l’effetto più interessante e recente che promana da questo fermento culturale è quello che riguarda i rapporti con le bici e i monopattini elettrici. Soprattutto i monopattini, la cui regolamentazione ha ancora molte falle ma i cui vantaggi in termini di eco-sostenibilità sono innegabili. Il palermitano odia i monopattini per motivi che si generano alla bisogna. Se sono in strada li odia perché sono lenti. Se sono sul marciapiede li odia perché sono veloci. Se sono sulle strisce, magari portati a spinta, li odia perché non sono ancora regolamentati e – lo giuro, è esperienza personale – non si ferma con l’auto, anzi tira dritto: come se in mancanza di una norma precisa ci fosse la licenza di uccidere.

“Lei non può circolare!”, mi ha urlato l’altro giorno una signora su un Suv mentre, distraendosi un attimo dal cellulare che aveva in mano, cercava di arrotarmi sulle strisce. Ero colpevole di monopattino abusivo. Il colpevole ideale per una palermitana ideale. 

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