Amico mio, mi spieghi?

C’è un mio amico che sta male e io vorrei aiutarlo, come si fa tra amici veri quando c’è bisogno di darsi una mano sul serio, non per cazzeggiare. Lui, come me, è lontano milioni di anni luce da quel sentimento discutibile che chiamo “egoismo del dolore”, che è una sorta di contrappasso per quella che invece mio padre chiama “invadenza affettiva”. Il primo giustifica inopinatamente la condivisione dei propri problemi perché così – da strano assioma – si diluiscono, la seconda è un passepartout sentimentale per ogni porta chiusa, causa disagi interiori.
Il mio amico non sente ragioni, non vuole contaminare col suo dolore il resto del mondo. E forse non ha torto, ma per un motivo molto diverso dal suo egoismo (che in realtà è una forma sublime di altruismo).
Forse restando un po’ da solo apprezzerà che quel che tra noi umani non si dice e , spesso, ha più valore di quel che si pronuncia reiteratamente. E si sorprenderà a rivalutare i propri pensieri senza la contaminazione dell’ordinario, quella forma di inquinamento strisciante che ci rende tutti un po’ uguali e quindi un po’ qualunque.
Quando uscirà da questa quarantena anarchica, il mio amico avrà una nuova bilancia con la quale pesare i rapporti umani: niente apparenze, dentro abbiamo cellule che lavorano tutte allo stesso modo, ma non abbiamo tutti le stesse cabine di regia. E la regia è importante quando si va in scena nel teatro della vita, caro amico mio. Perché siamo tutti bravi attori, basta avere il palcoscenico giusto e c’è chi se lo è meritato e chi no. Ma degli usurpatori di scena non si avverte la mancanza quando si astengono: questo fa la differenza tra quelli come te e gli altri.
Tu hai faticato per conquistare il tuo ruolo quindi prenditi una vacanza, ok, ma il posto resta occupato. E’ una questione di equità sociale, gli scemi non li possiamo debellare, ma nemmeno consentirgli di prendere il posto di chi è in ferie.
Per aiutarti, a distanza come mi hai imposto ora (non demordo, eh), ti dirò che il tuo momentaneo distacco dal mondo ti sta risparmiando il sacrificio delle piccole beghe. Lavoro, soldi, appuntamenti, scadenze: cazzate, come cazzate sono generalmente tutte quelle cose che ci tormentano quando non abbiamo nulla di meglio da fare che lasciarci tormentare dalle cazzate.
Perché tu lo sai che nella vita che hai vissuto sino a ieri, prima di questo esilio volontario, gli sguardi di ammirazione sono, al netto dell’invidia e della ruffianeria, direttamente collegati al ruolo momentaneo di chi li riscuote. Sai anche che il tormento non è dei più deboli, ma dei più sensibili. E che il mondo non è di chi taglia per primo il traguardo, ma di chi ha tracciato il percorso. Sai inoltre che non c’è rimorso senza colpa ma che le colpe si cancellano, i rimorsi no: e il momento del raccoglimento (che sia religioso o umanissimamente laico) può fare il miracolo, con una tabula rasa che ci rende nuovi e intonsi. Sai, amico mio, che i conti li chiediamo malvolentieri, ma che non sempre ingrassano l’oste: spesso migliorano la nostra vita, perché più leggeri si viaggia meglio. Sai che perdere qualche partita non significa essere retrocessi e che vincere non significa spadroneggiare. Chiudo qui perché se continuo così alla fine il mondo si capovolgerà, l’”egoismo del dolore” andrà a farsi benedire, la teoria dell’”invadenza affettiva” avrà la stessa attendibilità di quella sulle scie chimiche e il dolore, più che contaminare il mondo, contaminerà la prima serata del pacchetto Sky con la De Filippi e la D’Urso al posto di House of Cards (e questo non lo tollereremmo).
Amico mio, sai tutto questo e molto altro, ora più di ieri avvolto in questo cazzo di isolamento che ti arricchisce ma rompe un po’ le scatole di chi resta fuori, quindi concedimi una sola cruciale domanda: perché non mi apri il portone e spieghi qualcosa anche a me?

  

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