Per un paio di mesi non si è visto, o si è visto poco. Stava dietro le quinte, lui che se ha bisogno di un palcoscenico si compra tutto il teatro. Al massimo una comparsata tra gli scranni del Parlamento a riscuotere il bacio di una tettona o l’abbraccio di un collega inquisito.
Noi poveri illusi cantavamo la nostra gioia per la sua fine, consolando i maestri della satira orfani di una immensa fonte di ispirazione. Ci sentivamo talmente liberi da non renderci conto che lui non era finito, stava solo riprendendo le forze.
Poi è bastato un piccolo colpo di coda, ieri, per rimettere ordine nel caos ordinato della moderna politica.

Quell’amico di camorristi non va arrestato perché io dico così.
La Lega non può fare quello che vuole finché qui comando io.

Il vecchio incubo che si fa attualità.
Ci saranno milioni di persone che giudicheranno normale la presenza, anzi la sussistenza di uno come Silvio Berlusconi nel tessuto politico italiano, dopo tutti i guai che quest’uomo ha causato a questo Paese.
Il succo di queste righe è che io non la penso come loro.
Per me il peso di uno come Berlusconi sul destino di questa nazione è fatale. Ed è bene fissarle certe distanze.

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