La nostra lingua

Tornando a casa, ascoltavo la radio. Tra una canzone e l’altra (canzone mi sembra una parola desueta, che ne dite?) un jingle improvvisamente mi ha fatto capire che viviamo in uno strano paese. Parliamo una lingua nazionale, ma in pubblicità ci piace sentirla storpiata o, addirittura, sentirla tradotta in qualcosa di incomprensibile. Conosco l’inglese scolastico quindi sono in grado di argomentare, almeno per trenta righe. C’è un’emittente che seguo e che ha come proclama “One nation one station” (una nazione una stazione radiofonica). Ora, se uno vuole rimandare meritevolmente al concetto di unità nazionale perché utilizza una lingua che appartiene a un’altra nazione? E’ come dire che marito e moglie devono giurarsi fedeltà mentre si ammicca al terzo incomodo. Ci sono, da decenni, pubblicità di prodotti italiani che si basano esclusivamente su slogan stranieri: profumi francesi di cui si percepiscono solo le erre mosce, capi d’abbigliamento con sigle sincopate che fanno venire il singhiozzo al solo pronunciarle, auto dai dittonghi impossibili.
Tutto questo ci piace. L’esotismo dell’ignoto (o dell’ignoranza) esercita un’attrazione che per noi italiani rasenta – a mio parere – la patologia. Se andate in Francia trovate tradotto persino un termine universale come computer. Se vi trovate in Spagna vi imbattete in un intransigente filtro verso ciò che non è immediatamente comprensibile dal cittadino medio. Se in Inghilterra sbagliate un accento ve lo fanno notare.
Siamo cresciuti con personaggi che hanno fatto fortuna nel nostro Paese senza mai imparare l’italiano. Due esempi due: Josè Altafini fa ancora un programma in una radio privata e ostenta il suo italiano maccheronico con grande successo. Il compianto Don Lurio se n’è andato senza imparare la consecutio temporum.
Fin quando le radio verranno pubblicizzate come rredio e le televisioni come televiscion non potremo scandalizzarci se il primo analfabeta s’inventa un vocabolario della Padania liberata.

  

Leave a Reply