L’articolo pubblicato su la Repubblica Palermo.

Salve, sono un vecchio sacchetto di immondizia. Non vi rivelo la mia età – noi sacchetti siamo molto attenti a non farci scalfire dal tempo – ma vi dico solo che c’ero quando ancora non c’erano la differenziata, il porta a porta, quelle cose lì. Diciamo che sono il sacchetto zero. E dall’alto della mia lezzosa età vi rassicuro: gli assembramenti di miei simili che tanto vi indignano oggi, sono sempre esistiti, magari in forme diverse. Insomma nulla di nuovo a marcire sotto il sole. Siamo figli di tanti padri, ma di una sola madre. I padri sono la malagestione delle aziende deputate al nostro smaltimento, i comitati d’affari, i delinquenti che su di noi hanno lucrato, le colpevoli distrazioni della politica. La madre è la sciatteria incivile. Perché da qualunque parte si guardi quella che voi oggi chiamate emergenza, c’è sempre stata una vostra mano, sciatta e incivile, a principiare tutto. La mia storia ne è l’esempio. Sono nato per strada, da solo, lontano da un cassonetto. Mi hanno abbandonato dove nessuno si sognava di trovarmi, in pieno centro, mica in un vicolo di periferia. Mi sono guardato intorno e non ho avuto il tempo di avvertire la solitudine, che altre mani hanno fatto sì che mi sentissi circondato da altri sacchetti. Di minuto in minuto, dove nulla c’era, è cresciuta una comunità di immondizia. Come un seme gettato nella nuda terra, ho generato una ramificazione di prodotti di scarto, moltiplicandomi negli effetti (miasmi in primis) e negli affetti (noi sacchetti di immondizia siamo legati da un sentimento di affetto, per questo quando ci accatastano ci apriamo, è il nostro modo di abbracciarci). Quindi quello che vedete oggi è il trionfo dell’amore, il nostro per noialtri. Per il resto sono sacchi vostri.