Valtur, in morte di un villaggio

Sono stato testimone della fine di un’epoca: la chiusura dei villaggi Valtur. In particolare ho assistito al canto del cigno del villaggio di Pila, nei pressi di Aosta, simbolo triste di un brand storico del turismo italiano.
In passato il Valtur era sinonimo di divertimento, di cazzeggio giovane/giovanile, di sicura abbondanza e almeno sufficiente qualità. Oggi, per quanto ho osservato in quest’ultima settimana, è qualcosa di molto vicino a una grottesca sagra di paese, alla celebrazione di un rito démodé come quello del calvo che ogni mattina inganna lo specchio e se stesso incollandosi sul cranio un sottile riporto.
Il cuore di questa processione di anime più rassegnate che inquiete, – cioè i clienti attirati dalla carta moschicida della convenienza e del finto comfort – è la grande sala da pranzo. Qui la transumanza di adulti, bambini e adulti travestiti da bambini (la categoria più allarmante) crea pericolosi ingorghi negli snodi cruciali di quella che potrebbe essere derubricata a mediocre mensa aziendale: l’angolo dei primi (quasi sempre dominato da pasta scotta e macchiata di un indizio di rosso pomodoro), il settore secondi (un girone dantesco in cui si affetta qualcosa che è morto da almeno un decennio) e la zona delle patatine fritte (l’unica cosa commestibile, a parte l’olio che potrete digerire in comode rate).
Poi c’è un corollario di esperienze possibili, finestre sull’ultramondo di un’offerta scadente a prescindere dai prezzi. La chiave elettronica che si smagnetizza ogni due giorni, quasi un avvertimento del Supremo poiché, come si dice, non c’è nulla di più bello di una chiave, finché non si sa che cosa apre. La ski-room (a pagamento) che esaurisce tutti i posti disponibili e ti costringe a uscire dalla tua stanza bardato come Fantozzi a Cortina prima di finire nel pentolone di polenta. Il wi-fi che assolve alla perfezione il suo ruolo perverso, quello di paralizzarti il cellulare. Il frigobar inesorabilmente vuoto. Le stanze rifatte a giorni alterni. E, degna coreografia del canto del cigno, il bar che non ha più cosa vendere (le birre sono andate esaurite e mai più ricomprate al secondo giorno) dato che siamo all’ultima settimana di vita del villaggio.
Infine l’animazione, quello che un tempo fu l’orgoglio della Valtur. Qui la sagra entra nel vivo: musica, battute, sketches sono rimasti al giurassico del “su le mani”. Pensate: c’è ancora la “canzone del villaggio” con questi poveri ragazzi, pagati una miseria, a fingersi felici e a ondeggiare con le braccia in alto per mimare una gioia che in fondo è solo anelito alla sopravvivenza. O forse, visto il frangente, alla liberazione.
Così Valtur si spegne davanti ai miei occhi cinici, lasciando in mezzo alla strada centinaia di lavoratori incolpevoli. Schiacciato da una crisi aziendale che cozza con l’andamento positivo del turismo nel nostro Paese, il gigante del divertimento chiude con la sofferenza della famosa lumaca di Pirandello che “gettata nel fuoco, sfrigola, sembra ridere e invece muore”.

P.S.
Questo post è stato scritto senza (l’intento di) strapazzare nessuno dei ragazzi che hanno lavorato al Valtur di Pila e di altrove. A loro il mio augurio di trovare nuovi stimoli in strutture più moderne ed efficienti.

  

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