Il rutto di Silvio

Dobbiamo smetterla di indignarci per le uscite di Silvio Berlusconi. Perché sono talmente eclatanti, in un crescendo di volgarità e assurdità, che devono essere retrocesse d’ufficio al grado di “battute da bar (possibilmente dopo un’indianata)”. Il destino di questo ex pianista imbarcato su navi da crociera (la categoria mi perdoni per la citazione inevitabile) è l’applauso a ogni costo. E purtroppo più passa il tempo, più il consenso della platea diventa difficile da estorcere. Allora il nostro prova coi capitomboli, le pernacchie, le parolacce. Manca solo la recita dell’alfabeto coi rutti: ma ci arriveremo entro Natale, di questo passo.
L’appiglio di cronaca per questo post lo hanno fornito le dichiarazioni sventagliate ieri in faccia agli inermi accoliti della scuola di formazione politica di Formigoni. Tra gli sputacchi per le “stronzate di Prodi” e l’autocompiacimento per “il linguaggio rozzo ma efficace” (ilsuostessomedesimodisé) – tutti pezzi forti della giornata politica – nessuno ha però avuto il coraggio di chiedere il bis. Forse il pubblico era rimasto frastornato dalla più grottesca delle sue battute, sintetizzabile così: “In cinque milioni sono pronti a scendere in piazza per il voto”; “Chi glielo ha detto, presidente?”; “Loro! Li ho fatti chiamare al telefono”.
Il rut-to! Il rut-to!

  

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