Quindici anni fa – era appena uscito il mio “Di nome faceva Michele” – l’Unità mi chiese un racconto per la loro raccolta “Invito alla festa con delitto“. Scrissi questo “Dani che corre”, una strana storia d’amore, di sangue e di ketchup. Se avete tempo e voglia dateci un’occhiata.

Qui il pdf.

Dani che corre

di Gery Palazzotto

Dani ha una passione per i furti. È svelta e furba. Ogni volta che arraffa qualcosa le si accendono gli occhi. Chi la conosce, come me, sa leggere quel luccichio e allora è bene mettere le ali e trovare subito una via di fuga prima che si finisca tutti nei guai.

Siamo una banda di strada. Siamo una banda di strada a Palermo, mica a Topolinia. Non so se mi spiego.

Tipi tosti fatti apposta.

Oltretutto, Dani è una che quando corre non si riesce a starle appresso. Galoppa, macina asfalto, allunga le falcate come se artigliasse il terreno. Ed è in quei momenti che mi sembra bellissima. La sua indole selvaggia tradisce una passione che lei stessa, secondo me, non riesce a confessarsi: più che il bottino, la eccita la fuga.

L’unico che riesce a starle dietro, ma solo per i primi – diciamo – due, tre chilometri è Matteo. Matteo è il capo, insomma il piccolo boss del nostro sodalizio gangsteristico. Come Dani, è un crogiuolo di razze: papà tedesco e mamma orientale, credo cinese. Lei invece è figlia di un afgano e di una siciliana.

Io sono orfano e comunque di sangue siculo. A parte gli attacchi di bruttoanatroccolite, che – lo confesso – tendo a enfatizzare quando mi sento messo in disparte, non ho mai fatto tragedie. Mi sono abituato alla vita di strada.

C’è nel nostro nomadismo quel po’ di snob che rende la vita eccitante. I ricchi sono poveri di avventura e prevedibili. Certo, se io fossi ricco non mi cagherei di striscio, ma mi invidierei se mi vedessi per strada con la bella Dani che mi sfiora il naso con la lingua (che è il suo modo, neanche troppo subliminale, di comunicare una voglia con scadenza inderogabile).

Il resto della gang è formato da Carlo, Raoul, e Pino che, chiamandosi come me, è detto Pinodue.

I tre sono assimilabili a un unico archetipo fisico-caratteriale: forti e asciutti, determinati e di poche parole. Si dice che siano fratelli, ma l’assoluta mancanza di prove documentali assieme alla loro allergia al raccontare i cazzi propri ci hanno convinti ad accettarli come un’offerta “tre per uno” al supermercato: un prodotto conveniente.

Il truce trio traina la tribù come tre tir.

Detta così sembrerebbe un’atmosfera perfetta per sei esistenze sregolate, ma oggi pomeriggio è successa una cosa grave. Dani è sparita e con lei una cosa alla quale Matteo è patologicamente affezionato.

Eravamo sotto i portici di via Ruggero Settimo, il salotto della città dove i palermitani passeggiano mollemente e dove i più danarosi acquistano merce che, solo un chilometro prima, potrebbero pagare la metà. Ci piace albergare su quei marciapiedi, magari urtare le belle signore eleganti e odorose e vivisezionarle con lo sguardo. Siamo proprio cattivi quando le fissiamo negli occhi mentre si aggrappano con disagio al braccio del partner. Avvertiamo queste eccitate vibrazioni e ci inebriamo dell’odore delle perle di sudore che rotolano sulle loro schiene fresche di creme alle proteine estratte dal pancreas di un invertebrato asiatico semi-estinto.

Comunque Dani l’ha fatta grossa.

Matteo ha atteso fino a sera e si capisce che ce l’ha pure con me. Dal momento che ho un dirompente trasporto sessuale per lei, mi ritiene corresponsabile di ciò che è accaduto. Ho provato a calmarlo, ma non c’è verso.

Stavolta gliela faccio pagare, ha detto.

So quanto riesce ad essere violento quando si ritiene vittima di un torto, so che il sangue che gli gonfia le vene del collo adesso irrora la parte più rabbiosa del cervello, so che va orgoglioso di quella crudeltà che non vede l’ora di mostrare.

So che ha già ucciso.

La rude rabbia arroventa il ruvido rancore.

Tentare di fermarlo è impresa impossibile. A parte la forza, c’è nella sua determinazione un autocompiacimento dell’incazzatura da Trattamento Sanitario Obbligatorio. In teoria, il trio potrebbe aver ragione dei suoi muscoli, ma occorrerebbe prima disconnettere i neuroni del sistema nervoso centrale e collegarli a una centrale atomica: contro la succube demenza, l’energia pulita è acqua fresca.

Ci muoviamo dai portici che è già sera. Fila indiana in ordine gerarchico: Matteo, io (anche se sarebbe gradita un’autoretrocessione per responsabilità oggettiva nel furto), Raoul, Carlo e Pinodue. Lungo via Libertà c’è una coda di automobilisti sfiancati dal caldo. Raoul manifesta fastidio per un tubo di scappamento che gli alita addosso e prova a incazzarsi all’unisono con gli pseudo-fratelli. Guardano il guidatore che, con l’impianto stereo a tutto volume, riproduce a colpi di acceleratore i ritmi di una canzone inglese di cui, c’è da giurarci, non capisce un’acca. Se potessero staccargli di netto quel piede, riceverebbero le congratulazioni dal ministero dell’Ambiente.    

Ma si va. Stasera non c’è tempo per perdere tempo.

Matteo ha in mente la destinazione, non devia, non disturba i passanti, ignora i semafori rossi. Di solito lui si trastulla con qualunque essere animato, basta che abbia un soffio vitale da intercettare e da disturbare. Di solito. Non oggi, non adesso. 

Passato l’incrocio con piazza Croci, incontriamo degli amici davanti al chiosco dei gelati che sta per chiudere. Sono gli scampoli di un’altra banda palermitana che si godono un fresco immaginario all’immaginaria ombra di un immaginario ficus. Poco importa se ci siano 40 gradi, se ormai il sole infligga le sue mazzate a un altro emisfero e se l’albero resta in piedi solo perché gli hanno piantato un palo della luce tra le radici marce. Questi stanno qui per presidiare il territorio. Matteo saluta silenziosamente e tira dritto. Siamo ospiti e sfiliamo tutti facendo un cenno con la testa.

Attenti saluti silenti.       

Pochi passi e una consapevolezza mi afferra per la collottola.
Il Giardino Inglese, il Festival dell’Unità.

Se Dani avesse potuto costruirsi un Eden, lo avrebbe progettato lì, con tutti gli stand, i concerti, le luci, gli odori di cibo che si mischiano ad ogni metro, le bandiere rosse (il suo colore preferito).

Un anno fa avevamo trascorso una serata indimenticabile.

Eravamo arrivati, io e lei da soli, nel primo pomeriggio. Ancora si stava montando l’amplificazione e il palco era uno scheletro informe. Quando mi aveva chiesto di accompagnarla, mi ero raccomandato al Cielo poiché avevo un nascente mal di pancia e la prospettiva dell’ennesima fuga a perdifiato mi stringeva le budella con una gassa d’amante.    

Poi, vedendola incantata, e soprattutto quieta, il nodo si era sciolto. Avevamo girato per ore, esplorato ogni angolo del giardino. Improvvisamente, all’ottavo passaggio davanti allo stand dei panini imbottiti, ci era venuta fame. La gassa era tornata a serrarsi mentre Dani aveva afferrato una mafalda col salame. Io avevo mentito dicendo che non mi andava di mangiare.

Il dopo. Il dopo era il problema.

La signora che armeggiava dietro il bancone era troppo impegnata ad esplorarsi la narice sinistra (o forse era la destra, talmente deformata da sembrare pure la sinistra) davanti alla tv per accorgersi di noi. Insomma, grazie alla incresciosa combinazione muco-catodica, non c’era stato nemmeno bisogno di oliare i muscoli e fuggire. Con placida sensualità Dani aveva piluccato il suo panino allontanandosi di poco dallo stand.  

Masticava e mi guardava. Aveva gli occhi accesi.

Quanto era bella.

Al culmine dell’estasi clepto-gastrica aveva allungato la lingua sul mio naso. La più bella, dolce, vigorosa lingua che mi abbia mai sfiorato.

Era il segnale che aspettavo.

Come si dice, col favore delle tenebre (e mai buio mi fu più complice, amico, paraninfo) avevamo raggiunto un angolo isolato del giardino e avevamo fatto quello che c’era da fare. Quanto era sensuale Dani.

Questo mi ricordo del Giardino Inglese.

Matteo, al quale ho improvvidamente raccontato tutto, sa che il Festival dell’Unità è un richiamo per Dani. E si ferma davanti all’ingresso.

Il trio, secondo una tattica che ha qualcosa di militare, si dispone dietro di noi.             

Un’occhiata a un gruppo di poliziotti che scherza con due fanciulle che brandiscono i propri vent’anni come un’arma impropria, un’altra ai giovani capelluti che distribuiscono volantini il cui destino è quello di insozzare un ettaro di terreno.

Matteo varca il cancello, noi con lui.

Uno degli agenti ci nota e ci grida qualcosa che assomiglia a un “dove andate voi?”. È il più brutto e quello che, per selezione naturale, è il più isolato dal gruppo. Non ha un cazzo da fare e se la prende con noi, naturalmente.

Acceleriamo senza fuggire. Perché mai dovremmo scappare? Gli unici che potevano impedirci di venire qui non hanno distintivi e li abbiamo salutati con deferenza, prima.

Ci mescoliamo tra la folla. Il poliziotto fa due passi dentro il grande catino immaginario che raccoglie migliaia di persone e poi, come se avesse trovato l’acqua troppo fredda, si ritira.

Lo vedo con la mano alla fondina mentre gira sui tacchi. Mi acchiappa un brivido.

Matteo impartisce gli ordini, diretti e indiscutibili.

Io e lui, anzi lui ed io, da un lato. Il trio dall’altro.

Scovare Dani, recuperare il maltolto.

Non detta, la certezza di una punizione medioevale.

Mi sento male e vorrei trovarla io per primo e dirle “scappa, scema, scappa con tutta la forza che hai, muoviti con la grazia selvaggia che adoro, o anche senza, muoviti e basta, come sei bella, come sei incosciente, scappa scema, poi io ti raggiungo, tu mi lecchi e io ti imbottisco, e scappiamo insieme”. Sì, certo: il tempo di farle ‘sto pippone e magari quelli ci sono addosso. No, le dico solo “vattene subito”, è un fiat e lei sparisce. Meglio così.

Matteo mi guida con la presunzione di chi non ha bisogno di voltarsi per controllare che gli stai appresso. C’è un casino infernale. Come l’anno scorso.

Bordeggiamo una tenda che sembra un circo, da dove filtrano parole incomprensibili. Matteo ficca la testa dentro e la ritira subito. Ha centrato il culone di una attivista di non so quale organizzazione non governativa che combatte contro la fame nel mondo. Mi sfiora il pensiero che se la signora si mettesse a dieta, potrebbero licenziare la metà dei suoi colleghi.

Arriviamo davanti a un banchetto dove due tizi barbuti confezionano magliette con scritte e immagini stampate ad hoc. Mi colpisce che siano entrambi mancini, un valore aggiunto dato l’ambito. Matteo si incuriosisce, o almeno così mi sembra dal momento che molte delle sue sensazioni viaggiano su un canale satellitare criptato. Lo vedo fissare il logo di una squadra di basket americana con un voluminoso pallone rosso.

Senza la palla, questo sballa.

Senza la…

Un bimbo gioca con un adulto in un corridoio virtuale tra le mandrie di esseri umani. Non c’è troppa luce, mi sembra di intravedere qualcosa tra le sue mani che assomiglia a una soluzione.

Mi avvicino con discrezione. Se sapessi fischiettare, lo farei.

Non assomiglia, é una soluzione.

Il bambino trotterella nell’orbita di un pallone, un Super Santos. Ora che sono vicino ho la conferma che l’uomo che gli sta di fronte è il padre: anche senza la palla, potrebbero giocare agli spadaccini, coi nasi che si ritrovano.        

Il piccolo manifesta più perizia nei calci. Il papà è affannato e si ostina a correre azzannando un panino che gronda trigliceridi sotto forma di ketchup. A suo modo, adotta una tattica dieteticamente corretta poiché la metà del pasto gli finisce sì sul voluminoso stomaco, ma non dentro: sulla camicia.       

Matteo è ancora immerso tra le opere dei mancini pelosi.

Il trio si affaccia all’orizzonte.

Il pallone è vittima di un lancio troppo lungo.

Matteo non si scolla.

Pinodue mi avvista e corregge la rotta.

Il Super Santos rotola verso l’angolo della gastronomia locale.

Sciabolo con lo sguardo. Ma due occhi non mi bastano. Pallone, Matteo, Pinodue più gli altri, bimbo, papà, gastronomia, panini, Dani.

Dani?

Dani e pani, avvertimenti vani.

Sta sgranocchiando una mafalda che già so essere col salame e di provenienza furtiva. Con una mezza piroetta laterale mi immergo in una fiumana di giovani che lasciano una scia di fumo dolciastro. Ora non mi chiedete com’è una piroetta laterale: è un movimento rapido tipo acrobazia che però non sono capace di fare, infatti ho detto che ne ho fatta mezza.

Dani è sola, almeno così mi sembra mentre la vedo ingrandirsi attraverso la nube cannabinoide che mi guida e mi protegge. Non devo chiamarla, quella è talmente pazza che mi verrebbe incontro facendo un casino.

Quando mi vede sembra sorpresa: la fulmino con gli occhi. E con uno starnuto, cazzo di fumo.

La spingo dietro un cespuglio. Lei accenna una protesta perché per poco non le faccio cadere il panino.       

Dovrei dirle “scappa, scema, scappa con tutta la forza che hai, muoviti con la grazia selvaggia che adoro…” con quel che ne consegue. Invece, in un miracolo di concretezza, la avverto: sparisci o questo è l’ultimo panino che mangi.

Sparire uguale scappare, correre. Ho pizzicato le corde giuste e, insieme al paventato addio all’adorata mafalda, viene fuori un accordo magico.

Dani accende gli occhi e si smaterializza.

Fffum!

Sfugge in un soffio sfidando la sfiga.   

Pinodue e l’ovvio seguito non devono averla vista se si avvicinano con calma.

Il pallone.

È sotto il tavolo dei panini. Una curiosità, che fa a pugni col frangente in cui si manifesta, mi spinge a guardare oltre: chissà se c’è sempre la scaccolatrice teledipendente.

Col briciolo di ragione che mi rimane, accantono la questione.

Il trio si è fermato. Alle spalle avanza Matteo.

Mi avvento sul Super Santos. Devo bucarlo, prima che i miei orifizi subiscano trattamenti contronatura.

Fsss. È fatta.

Lo brandisco come un trofeo.

Tutto andrà bene. La gang sanerà le sue fratture. Può succedere, le incomprensioni sono fisiologiche quando si vive ventiquattro ore insieme. Ma le crisi si superano, sì…

Matteo è dritto davanti a me. Intorno tutto è improvvisamente diverso.

Siamo io, lui e un mondo al rallentatore.

I suoni ovattati, le luci cremose, gli odori risucchiati da un gigantesco aspiratore che qualcuno ha acceso sulle nostre teste.

Gli porgo il Super Santos, ecco è il tuo.

Mi spennella di diffidenza e non lo raccoglie.

Per sfizio mai sazio senza sangue sparso.        

Oltre al mondo, ci siamo fermati anche noi. È la tua palla, vedi? Ha gli stessi buchi, proprio qui, vicino alla valvola. Dani non c’è, l’avrà lasciata per te. Magari, vedrai, domani si scuserà. Anzi ne sono certo.

Matteo continua a scrutarmi. Sta valutando se uccidermi subito o se, in nome della nostra antica amicizia, farlo più tardi, a pancia piena. Chi è capo ha i suoi privilegi.

Nell’istante in cui distolgo lo sguardo da quegli occhi che indagano il mio destino sento una mano scostarmi.

Uno sfarfallio.

È il bambino che prende la palla e grida: l’hanno bucata!

No, scusa, l’ho bucata io. Lui non c’entra.

Il piccolo ha già due lacrimoni che penzolano.

Ti prego, bambino caro, tutto si risolve. Ora prendi la tua palla e sgomma.

Per grazia di non so quale santo, quello si allontana. E, mentre ho la certezza che morirò digiuno, nell’arena qualcuno disattiva l’effetto ralenti, toglie la sordina e spegne l’aspiratore.

Matteo scatta.

Persino Raoul, Carlo e Pinodue sono sbalorditi.

In una sequenza troppo veloce, il padre consola il figlio, raccoglie il Super Santos, mi guarda con astio, getta per terra la carta del sandwich, si passa la mano sui pantaloni, accarezza la nuca del piccolo, probabilmente rutta e ci urla qualcosa.

La sagoma di Matteo si materializza alle sue spalle. Un balzo, due e gli è addosso.

L’uomo è travolto e cade con un tonfo degno della sua stazza.

Merda, sferra la guerra per terra.  

La palla sfugge. Matteo scende dal corpulento papà e afferra il suo trofeo sgonfio. Si volta verso il rudere umano che ha abbattuto con le narici dilatate: aspira avidamente un senso di vittoria.

Nel frastuono ingarbugliato di musica rock, risate lontane, applausi, dibattiti accesi, televisori mai spenti, nel suono complessivo di una moltitudine di esseri viventi e di arnesi da loro ideati per produrre rumore, comunicazione verbale, comunque vita ascoltabile, un colpo secco si fa largo.

Uno sparo.

Matteo distende il collo, guarda il cielo nero e s’immerge in quel buio immane e lontanissimo che raggiunge, abbraccia e nel quale si perde.

Si affloscia nel centro del ring.

Il poliziotto sta rimettendo la pistola nella fondina, circondato da migliaia di sguardi che sembrano punti esclamativi, e si china sull’uomo dalla camicia chiazzata.

L’agente urla di chiamare un’ambulanza perché “quest’uomo è ferito”. La presunta vittima lo tranquillizza: no, è salsa e pure buona.  

Il trio si avvicina al corpo di Matteo.

Cani di merda, ringhia il poliziotto allargando le braccia e trovando supporto nel piccolo esercito di astanti che brandisce bastoni di bandiere, coltelli, mestoli, scope e qualche forchetta di plastica.

 “Via, bestiacce, sciò! Via, cagnacci schifosi!”

Il trio batte in ritirata al suono di un unico guaito.

Chino la testa e quasi mi appiattisco al suolo, striscio tra i cespugli e mi graffio pure.

Mi volto un’ultima volta per guardare Matteo che stringe ancora tra i denti la palla non sua.

Poi sbatto contro qualcosa o qualcuno.

Al buio riconosco la lingua di Dani.  La più bella, dolce, vigorosa lingua che mi abbia mai sfiorato.

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