Quando le cose sono troppe complicate, più che alla scienza conviene guardare all’arte per ottenere spiegazioni. Così, per provare ad argomentare il mio punto di vista sulla tragedia del Nanga Parbat in cui sono morti gli alpinisti Daniele Nardi e Tom Ballard, non mi viene nulla di meglio che prendere a prestito la frase di un grande drammaturgo e sceneggiatore, tale Neil Simon: “Se non si rischiasse mai nella vita, Michelangelo avrebbe dipinto il pavimento della cappella Sistina”.

In quest’ambito l’errore delle persone povere di spirito che si travestono da anime candide è quello di giudicare il mondo dalla sedia del tinello. Visto da lì, tutto l’universo è fuori misura, fuori luogo, fuori di testa: del resto le grandi imprese, non solo nello sport, sono quelle che ci mostrano, evidente e spesso urticante, la differenza tra persone modeste e visioni modeste. Concetti pericolosi da sovrapporre.

Invece le cose sono molto diverse perché è quando finisce la presunzione della ragione che inizia il mondo in cui essa è orgogliosa di sentirsi superata.  Qualche anno fa conobbi Maurizio Zanolla, più noto come Manolo, uno dei più grandi arrampicatori esistenti. Mi chiamarono per intervistarlo al Feel Good Festival di Abano e da lì nacque un’amicizia leggera e fonte di mille ispirazioni da entrambe le parti, nel senso che io da ex arrampicatore mi nutrii dei suoi racconti e della sua inaudita visione del mondo e lui si (ri)mise a scrivere. Ne è nato un bellissimo libro, “Eravamo immortali”, in cui Maurizio racconta la sua vita in verticale, il suo fatalismo, le sue paure e anche l’inevitabile scia di dolore che accompagna l’illusione della felicità assoluta. È un mondo di folle pazienza e di razionale imprudenza, quello degli alpinisti estremi (così come quello di tutti gli altri grandi artisti, perché comunque sempre di una forma di arte si tratta). Un mondo in cui uno ci mette vent’anni per chiudere una via di arrampicata, perché è talmente liscia che solo una sensibilità superiore ti può mostrare ciò che è invisibile agli occhi. Così accadde per Eternit e per il grande Manolo.

Tutto questo per dire che il “se la vanno a cercare quindi è ovvio che muoiano” o il “peggio per loro” quando si parla di alpinisti, esploratori, recordmen che hanno fatto una brutta fine è un’offesa alla più grande magia dell’uomo, quella di saper sognare. La fantasia non è solo un tratto di penna, una nota azzeccata o un magico passo di danza. La fantasia è sapere guardare dentro di noi quando fuori tutto è buio, freddo, spaventoso. E accendere una luce che ci sopravviverà.
Lunga vita agli immortali che non ci sono più.     

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