La scelta

Prima scena. Il giornalista Marco Travaglio, a maggio in una puntata di Che tempo che fa, tira in ballo il neo presidente del Senato Renato Schifani accusandolo di essere amico di mafiosi e giudicandolo inidoneo a ricoprire la seconda carica dello Stato.
Seconda scena. Il giornalista Giuseppe D’Avanzo, su la Repubblica, attacca il metodo Travaglio: è, nel migliore dei casi, giornalismo d’opinione travestito da giornalismo d’inchiesta. Schifani – questo è il succo – ha intrattenuto rapporti con un tale che solo anni dopo verrà inquisito e condannato per mafia.
Terza scena. Sempre D’Avanzo rivela che Travaglio, in anni recenti, si è fatto pagare una vacanza in Sicilia da Michele Ajello, recentemente condannato in primo grado per mafia.
Quarta scena. Martedì scorso Travaglio mette online le ricevute di una vacanza del 2002 all’hotel Torre Artale di Trabia, da cui si evince che il conto se l’è pagato lui.
Quinta scena. Ieri su la Repubblica D’Avanzo cala il suo asso. Parli della sua vacanza del 2003 (e non del 2002) al Golden Hill di Altavilla – scrive – Quella trascorsa insieme con Giuseppe Ciuro, poliziotto “infedele” condannato di recente a quattro anni e otto mesi al processo “Talpe” di Palermo. E chiede: chi gliel’ha pagata quella vacanza? Il sospetto è che il denaro sia venuto fuori dalle tasche di Ajello.

Questi cinque flash erano necessari per riassumere una vicenda che mi serve da trampolino per una breve storia personale. Sono cresciuto in un quartiere figlio del “sacco di Palermo” degli anni Settanta: Resuttana. I miei amici erano, per la maggior parte, figli del magma di quel quartiere. Col tempo molti di loro stringeranno orrendi sodalizi criminali e tutti ne saranno stritolati. Alcuni pagheranno il conto con la giustizia, altri saranno inghiottiti in quel nulla eterno che è la morte senza sepoltura. Uno diventerà collaboratore di giustizia (per linea ereditaria). Quest’ultimo lo incontrai per strada, quattro anni fa. “Accura, che ti rovino la reputazione”, mi disse mentre lo abbracciavo. “Non dire minchiate – risposi – Ora stiamo dalla stessa parte”.
E’ questo il punto: da che parte stare.
Non sono un elettore di Schifani e mi è capitato più volte di criticarlo: non mi piace una certa arroganza da intoccabile, degna di un partito, il suo, che chiama “complotti” le azioni giudiziarie, e “leggi” i desiderata del capo supremo.
Non sono un fan di Travaglio, pur riconoscendo il valore di molte sue inchieste. Il suo “giornalismo dei fatti” ha troppe ramificazioni nell’unica opinione che conta, la sua. Mi sembra un cronista con ambizioni da capopopolo, che diffida a sua volta degli altri capipopolo (e anche degli altri cronisti).
Da che parte stare, allora?
In Sicilia, terra di equilibrismi e compromessi, lo schierarsi per vocazione comporta molti rischi. Siamo la terra dei falsi plurali: “La polizia lo sanno, “la mafia ponno (possono, nda) tutto”. Abbiamo l’unico dialetto che prevede un diminutivo per un crimine come l’omicidio, l’ammazzatina. Celebriamo come migliore la parola che non si dice.
Credo che la scelta più prudente sia quella di stare dalla parte delle prove e delle regole. Schierarsi sì, ma non per vocazione: per esperienza personale, per ragionamento, per conseguenza di errori.
Finiamola di firmare appelli sull’onda della prima emozione corale.
Smettiamola di compiacerci dei trasversalismi che ci fanno saltare code, evitare noie.
Valutiamo, pesiamo le scelte con l’arrendevolezza necessaria per ammettere che molto probabilmente sbaglieremo.
Prove e regole, quindi.
Non può esistere un reato di amicizia per Schifani. Se è o non è idoneo al ruolo che ricopre, sarà lui stesso a dimostrarcelo.
Non può esistere un’aura di santità per Travaglio. Se dice o meno la verità, saranno i fatti, quelli veri e non quelli riferiti, a dimostrarcelo.
Insomma, stiamo allerta.

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