In barca o a nuoto?

Sono, se così si può dire, un “appuntista”. Conservo, da sempre, ritagli, fogli dattiloscritti, mail. E’ una mania molto diffusa tra chi vive (e campa) di parole. Se qualche volta non accumulo carta o simulacri di carta scritta è cattivo segno: vuol dire che è un pessimo periodo.
Spesso ripesco vecchi appunti e ne traggo gioia persino quando mi raccontano storie dolorose (mie, di altri, o di nessuno cioè inventate). C’è, in questo bagno di memoria, tutto fuorché nostalgia: del resto come si potrebbe mai provare nostalgia per qualcosa che bello/buono non è?
C’è un elisir consolatorio, c’è un “nonostante tutto siamo ancora qua”, c’è un fatalismo che – a mio parere – divide gli esseri umani in due categorie: quelli che stanno sulla barca e quelli che nuotano.
I primi remano, alternando pause, e pensano all’approdo: per loro l’acqua passata è quella che si sono lasciati dietro, lungo la schiuma dell’imbarcazione.
Gli altri sono talmente dentro le loro braccia da non temere l’orizzonte: per loro l’acqua passata è la stessa che li sostiene, li tiene a galla ed è strumento inerte per la loro propulsione.
I primi saranno stanchi – certo – a un certo punto del tragitto, ma potranno riposarsi e magari fare scelte di comodo: una corrente favorevole, un pisolino per via del mare calmo. Guarderanno solo al futuro di un porto tranquillo. E magari a una trattoria nota, in cui festeggiare la fine della traversata.
Gli altri si troveranno con la fatica nei muscoli quando la terra è ancora lontana e camperanno del proprio entusiasmo perché non è il porto che sognano, ma la sopravvivenza nel senso più alto di “vivere sopra”. Nei momenti difficili rivedranno, bracciata dopo bracciata, momenti più difficili, magari asciutti, e godranno della capacità di essere lì, sopravvissuti a combattere per un’altra prova difficile.
Provate a fare questo gioco, guardandovi indietro: voi a che categoria appartenete?

  

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