Canzoni così brutte un solo Sanremo non le aveva mai raccolte tutte insieme. Melodie telefonate, strofe ruffiane, gusto insipido per un immaginario palato unico, vuoto pneumatico di idee. Niente pagelline e voti, di quelli abbiamo fatto incetta in mondovisione. Solo una rapida trascrizione degli appunti presi con i miei amici Giacomo e Raffaella, nell’ultima estenuante serata del Festival.

  • I vincitori. Giò di Tonno e Lola Ponce nel loro trionfo di zigomi lucidi e mandibole americane mi ricordano i Jalisse. Solo che Giò e Lola (che sembrano i nomi di un fumetto porno) hanno un passato da musical, mentre i Jalisse avevano un passato che avrebbe fatto pendent col loro futuro, il niente. La musica è pressoché la stessa.
  • Fede e compagni. La giuria di qualità che discute e discetta dei voti appena affibbiati o elargiti mi è sembrato un basso espediente per innescare la scintilla dello scontro in diretta. Quindi per fare ascolti. E poi avete visto chi rappresentava la “qualità”?
  • L’Aura. Mi resteranno impresse le sue scarpe medioevali. Il resto, per fortuna, passa.
  • Mario Venuti. Un marziano in un mondo in cui, ad esempio, Martina Colombari gli preferisce Toto Cutugno.
  • Tiromancino. Premio per il testo più didascalico. Oscar per l’antipatia a Federico Zampaglione: una faccia orfana di schiaffi.
  • Max Gazzè. L’unica goccia di stile.
  • Anna Tatangelo. Una finta bona che fa la finta diva e che recita un finto copione e canta finte canzoni.
  • Carlo Verdone. Il mega super spottone del film in uscita chi lo ha pagato?
  • Piero Chiambretti. Divertente anche se talvolta ossessivo.
  • Elio e le storie tese. Indimenticabili.
  • Pippo Baudo. Faccia il presentatore, ma non più il direttore artistico. Sa tutto della macchina del palco, è desueto per le scelte musicali e strategiche.
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