La famiglia di Amato

Le scemenze non hanno un partito. E se lo trovano peggio per tutti. Il ministro Amato (ministro di un governo di sinistra) si è inventato che c’è una tradizione siciliana e pakistana di pestaggio delle donne (da parte degli uomini, per essere chiari). L’indignazione personale mi rimanda a quando Gianfranco Fini (esponente di punta del centrodestra) ruttò il famoso teorema secondo il quale i maestri omosessuali erano pericolosi per i bambini.
Ci vorrebbe, in questi casi, una sorta di clausola di salvaguardia dalle cazzate, come il bollino rosso che appare in tv quando ci sono film sconsigliabili ai minori. Invece va a finire che ne parliamo tutti, magari davanti ai bambini, amplificando l’effetto di dichiarazioni che meriterebbero quantomeno il dimenticatoio.
Vabbè, la bomba c’è, proviamo a disinnescarla.
Amato si richiama a una tradizione consolidata che nessun siciliano conosce. I pakistani avranno modo di riflettere, non sono in grado di farlo per loro. Le violenze domestiche attengono al codice penale, non alla geografia. Per il semplice motivo che inquadrarle in un contesto culturale e folcloristico equivarrebbe a giustificarle storicamente, in qualche modo. Abbiamo altro tipo di violenze ataviche di cui vergognarci, qui in Sicilia.
Amato fa riferimento, nella sua tardiva rettifica di stampo berlusconiano (cioè una rettifica che rafforza la notizia primordiale), alla famiglia maschilista e patriarcale precedente agli anni Settanta. In più il dottor Sottile vanta origini siciliane. Viene spontaneo chiedersi in che famiglia sia stato allevato. Se – mettiamo caso – io fossi cresciuto con genitori che odiavano il pesce e, una volta diventato ministro, avessi fatto un manifesto per dare il voto alle sardine, il mio comportamento sarebbe patologicamente normale. E se, in ossequio al luogo comune “donna baffuta sempre piaciuta”, avessi promosso una campagna per lo sgravio fiscale sui rasoi sarebbe stato più o meno grave? Ecco, nel governo ci vorrebbe qualcuno che facesse qualche domanda ad Amato. E che lo accompagnasse dolcemente verso l’uscita.

  

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