Oggi si chiamano challenge, ieri erano semplicemente sfide. Ci siamo passati in molti da ragazzini anche se il tasso di sconsideratezza è vertiginosamente aumentato con l’amplificazione che a certe “imprese” (le virgolette sono d’obbligo) arriva dal web e dai social.Il casopiù recente è quello delle sorelline di Caltanissetta che si sono nascoste per una notte in un negozio generando il panico tra parenti e mettendo in moto una notevole macchina investigativa, ma la cronaca èpienadi folli che saltano sui cornicioni, provano a resistere allo strangolamento, aggrediscono passanti, ingoiano pasticche di detersivo. È un fenomeno che interessa una significativa quota della popolazione giovanile: secondo le ricerche condotte dall’Istituto Superiore di Sanità, circa il 6,1% degli studenti italiani di età compresa tra gli 11 e i 17 anni (pari a circa 243 mila ragazzi) ha dichiarato di aver preso parte, almeno una volta, a una sfida online potenzialmente pericolosa.
Sfida online. Ed è tutto in quella parola, online, il dilagare dell’incoscienza. Perché il vero problema, diciamocelo chiaramente, sta nel debordare di pratiche ad altissimo rischio a favore di smartphone. Attenzione, non sono qui per fare il solito compitino di noi adulti (anche abbastanza stagionati) sui disastri della condivisione alla cieca, sull’omologazione del pericolo o della violenza che oggi divora molti ragazzi. Le cazzate fanno parte di quella lunga ferita che è l’adolescenza: è stato così per tutti. Io, ad esempio, mi considero senza orgoglio un sopravvissuto.
Sin da giovanissimo sono sempre stato attratto da sport estremi o attività ordinarie che mi piaceva spingere oltre un certo limite. Ero un vero cretino, come cretino è uno che si lancia dalla discesa di Monte Pellegrino su uno skateboard. Oppure come uno che aveva progettato di scendere con gli sci una pietraia. O ancora come uno che scalava il canalone di unpalazzosenza alcuna protezione. Ne ho scritto più volte equitrovate un riferimento a proposito di una vicenda che mi ha scosso.
Erano tremende imprudenze e il fatto che ne sia uscito indenne dice molto della fortuna che non ci meritiamo e, chissà, di un dio che ci ostiniamo a invocare solo quando siamo con le spalle al muro.
Eravamo stupidi, imprudenti, imperdonabili. Però non eravamo annoiati, e non è un’attenuante ma semmai un modo per cercare di leggere con occhi diversi quel che sta accadendo ai nostri ragazzi. Lo facevamo per noi e non lo dicevamo a nessuno, mantenevamo un certo senso di vergogna. E il fatto di tenere riservata la nostra follia è stata forse la salvezza. Non dovendo filmare, condividere, pubblicizzare, eravamo più propensi al passo indietro. Molte volte rinunciavamo in un barlume di buona creanza. Accadde, ad esempio, quando con un amico eravamo pronti per lanciarci con gli sci dalla pietraia di Monte Pellegrino: arrivati in cima capimmo in extremis che la migliore scelta era tornare in città e divorarci un paio di panini con le panelle.
Sbagliavamo senza eroismo, avevamo la fortuna di aver imparato a sbagliare da soli.
P.S. La foto in cui sono coi miei amici Dario e Gaetano (che purtroppo non c’è più) non si riferisce a una challenge di altri tempi, ma dà un’idea del cazzeggio leggero nel quale siamo cresciuti.

