Il trumpismo non è nato con Donal Trump, ha solo trovato un altro nome. È la prepotenza che si fa motivo ispiratore, è il trionfo della dissennatezza, è l’arte di rendere migliore il discorso peggiore (e non c’entra il sofismo, quelli manco sanno cos’è), è il mattone della panzana con cui costruire un finto futuro, è imbroglio, cialtronaggine, un surrogato di delinquenza in doppio petto.
Il trumpismo prolifera nell’ignoranza colpevole, nella coltivazione estensiva del giudizio sommario. Lo troviamo a ogni latitudine, dove c’è un potere che si sostanzia della propria forza usata per scacciare ogni sussulto di ragione o di ragionevolezza.
Attenzione ai soldi e alla ricchezza. Per troppo tempo abbiamo identificato il trumpismo solo con lo strapotere economico ed è stato un errore giacché ci siamo distratti in una desueta lotta di classe. Trump non è (stato) popolare solo tra i milionari, ma ha attecchito anche nelle fasce medio basse, quelle stesse fasce che oggi, svanita l’illusione, gli hanno voltato le spalle.
Ecco, l’essenza del trumpismo sta nell’incantamento esercitato su chi crede che un sogno si avveri solo se si riesce a dormire. Non c’è politica senza una visione che metta il naso fuori dal recinto, che pensi all’unisono pur mantenendo il valore della rappresentanza (ed evitando il grottesco equivoco dell’uno vale uno).
Il trumpismo senza Trump, quello più pericoloso perché sopravvive al singolo e si fa regime endemico, si rivela ancor prima di manifestarsi dichiarando guerra alle diversità, stangando con decreti e manganelli ogni anelito di pluralismo, travestendo da ragion di Stato la peggiore pulsione umana: usare la sopraffazione per fingere di difendere la democrazia.
Vi dice qualcosa?

