L’intelligenza artificiale è stata alimentata da tutti noi. Poi, per quello che leggo, ha imparato ad alimentarsi in qualche modo da sola: ed è questa autonomia che costituisce il pericolo maggiore.
Questi sistemi si nutrono dei nostri dati personali poiché sanno tutto di cosa digitiamo, desideriamo, odiamo, nascondiamo. Infatti a uguali domande di persone diverse non corrispondono uguali risposte. Il motore di ricerca si nutre del pasto di parole che ciascuno di noi gli fornisce e dà un risultato ben lontano dalla neutralità. Moltiplicando quest’azione per miliardi e miliardi di volte è plausibile pensare che l’intelligenza artificiale possa risentire di un mood sempre più in linea coi tempi e, nel caso della cretinocrazia, coi disastri a essa collegati. Sono diffidente nei confronti dell’IA. Non faccio le barricate perché ricordo le prese in giro di quelli che alla fine degli anni ’80 avevano il telefono in auto, o le dissociazioni pubbliche di giornalisti come Giorgio Bocca da chi aveva il cellulare. Vi ho più volteraccontatodi quando un caporedattore del Giornale di Sicilia, negli anni ’90, sostenne in pubblico la seguente argomentazione (contro di me): “Propongo di non scrivere più la parola ‘internet’ sui giornali perché è una cosa che entro tre mesi finisce”. Sono esempi che lasciano il tempo che trovano dato che i cellulari e i computer sono mezzi, mentre l’intelligenza artificiale è contenuto (e azione che ne discende).
Però è innegabile che siamo invecchiati a forza di illusioni. Uno dei primi moderni arnesi tecnologici coi quali la maggioranza delle famiglie si è trovata a combattere è stato il decoder della tv. Ogni tanto, prevalentemente in coincidenza con una finale dei mondiali di calcio o con la prima di un film particolarmente atteso, quel cazzo di decoder si piantava. E l’unica speranza era chiamare il centro di assistenza telefonico.
Fu allora che si diffuse una barzelletta.
C’è un’auto in panne: ferma, inchiodata, morta.
A bordo ci sono quattro ingegneri specializzati, uno in chimica, uno in meccanica, uno in idraulica e uno in informatica.
Il chimico sentenzia: “Dev’esserci qualche impurità nel carburante”.
L’esperto in meccanica ribatte: “Macché, sicuramente è un guaio all’albero motore”.
L’ingegnere idraulico non ci sta: “Ma che dite? Si è rotta la pompa dell’olio”.
Alla fine interviene l’informatico: “Sentite, facciamo così: scendiamo tutti e poi risaliamo, vedrete che alla fine riparte”.
Era il trucco dello “spegni e riaccendi”. Che dal decoder al telefonino, dal computer a ChatGPT ci ha dato l’illusione di poter davvero dominare la tecnologia con poco.
Il problema di tutta questa storia è che il progresso ci ha fatto diventare bravissimi a indovinare cosa sarà importante nel futuro, ma non a capire cosa non lo sarà.
Assistendo, non sempre incolpevoli, ai disastri che si fanno panorama ci illudiamo di avere sempre una possibilità per salvarci, per galleggiare o, chissà, per riemergere. Solo che non abbiamo più il tasto reset.


Un argomento che, se vorrai, mi piacerebbe venisse affrontato sul tuo blog: in un discorso pubblico Mattarella dice “logaritmi” anziché “algoritmi” e praticamente la totalità delle testate online riporta la frase così com’è, senza alcun vaglio redazionale.