Tutto parte da una stampante che non funziona. Si trova nel corridoio di un settimanale che macina inchieste in una città nella quale l’intreccio tra politica, magistratura, baroni universitari e mafia è fortissimo. Una città nella quale c’è un verminaio.
Verminaio è una definizione della commissione antimafia che nel 1998 è arrivata in quella città dopo l’omicidio di un professore universitario. La città è Messina e questa storia la conoscono in pochi perché il sistema di connivenze ramificato e consolidato ha fatto sì che rimanesse confinata a livello di bega locale, di questione di provincia.
Eppure c’erano tutti gli elementi perché diventasse un racconto sulla prepotenza del potere costituito, sull’ingiustizia fatta sistema, sulla pressione nei confronti dei non allineati, sulla macchina di protezione dei collusi.
Per una valanga di accuse ingiuste il settimanale di inchiesta “Centonove” è stato chiuso per sempre, venti giornalisti sono finiti in mezzo a una strada, il suo editore, il giornalista Enzo Basso si è fatto sei mesi di arresti.
Ci sono voluti nove anni prima che la Cassazione annullasse tutto.
Oggi ci sarebbe solo da recensire le macerie: soldi, professioni, vite. Ma siccome la verità non teme la polvere, proviamo a mettere da parte i rottami e, non potendo riparare ciò che è stato rotto, proviamo a raccontarlo, questo caso. Il caso dell’assassinio di una testata giornalistica che in molti volevano morta.
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La Giustizia in Italia. Che cos’è non è un mistero né un arcano. Se qualcuno avesse dubbi, il caso Centonove (per il quale pure io scrissi per un po’ in quegli anni), illustra in mdo per così dire magistrale i suoi meccanismi, i suoi vizi. I suoi inganni.
Il punto però è che questa storia non è un’eccezione, purtroppo. Non è un fungo che spunta nel deserto. Certo, l’editoria è un settore delicatissimo che s’interseca col tessuto stesso e con la qualità della democrazia. Col principio di libertà. Ma il dato di una Giustizia ingiusta è forse la “regola” bastarda di un sistema che fa acqua su tanti fronti. Che macina vite e distrugge con nonchalance famiglie e imprese, immolati su un altare corporativo. Irresponsabile, oggettivamente. Per troppi versi autoreferenziale. Basti dire che in Italia la metà dei processi che arriva a sentenza definitiva, in Cassazione, finisce nel nulla. In assoluzione. Ma dopo anni e anni, però. In Europa, nei principali paesi con cui ci confrontiamo, questa percentuale si aggira sul 20 per cento circa. In pratica, in Italia c’è un 30 per cento più o meno di processi avviati da procure e pm, che non si sarebbe neppure dovuto celebrare. È questo il vero attentato alla Costituzione e ai nostri principi liberali.
Il bel podcast di Gery Palazzotto mi offre l’opportunità di dare la mia più piena solidarietà all’amico e collega Enzo Basso, del quale ricordo le piacevoli chiacchierate, con risate annese, al tel. Come quando concordammo che scrivessi un pezzo per le pagine della cultura di Centonove, su una singolarissima mostra sulle ‘Case chiuse negli anni del fascismo’. Un simpatico viaggio in 3D, come si direbbe ora, tra i merletti, i boa di struzzo. E i divani di flanella di quelle case obbligate a tenere sempre le persiane chiuse, appunto.
Ecco, anche questo è stato Centonove. Non solo inchieste. Ma vere, nel senso pieno della parola. Non mere rielaborazioni giornalistiche di veline e dossier delle procure, come spesso accade. Anche sguardo attento alla società del tempo, messinese e siciliana. Ai costumi in mutamento. Ai fermenti di una cultura antica. Ma troppo spesso oscurata. Violentata. Imbrattata. Ipotecata