È la logica dell’appartenenza che ci frega. Essere di qualcuno non nel senso di possesso, quello è un ambito che riguarda i sentimenti seppur con ampia apertura alla metafora (altrimenti si sconfina nella violenza travestita da amore, o nella schiavitù), ma di schieramento, di protezione, di comodo rifugio, di alibi per schermarsi dietro idee altrui che magari ci annoia analizzare.
Per noi siciliani c’è una frase che rimbalza spesso dai verbali di polizia: “Questo a chi appartiene?”. Ed è una frase che spiega meglio di mille convegni l’essenza del codice mafioso. L’appartenenza, in questo caso, è una scheda esplicativa che ha un riverbero nel manuale delle istruzioni: come si affronta un torto? Come ci si comporta in caso di diatriba? Basta risalire al “padrone” o al “capofila” per schiarirsi le idee. Come tutti i codici criminali anche questo ha le sue sfumature. La mafia vive di tonalità intermedie e il più grande errore commesso dall’antimafia è stato quello di disegnare un mondo in cui ci sono solo il bianco e il nero, chi sta di qua e chi sta di là, ignorando, più o meno colpevolmente, che spesso le ramificazioni di Cosa Nostra lambiscono senza invadere. Non a caso ormai si parla di zona grigia, difficilissima da esplorare perché il cancro c’è ma non si manifesta sintomi chiari. Ecco se fosse medicina, l’antimafia oltranzista si occuperebbe solo dei malati terminali, magari imponendo cure a tappeto che non tengono conto delle singole anamnesi.
Sempre rimanendo in tema di criminalità la domanda sull’appartenenza può essere identificata come una sfida. “Tu a chi appartieni?” per dire “chi minchia sei?”. Ma non è la varietà di declinazioni che mi interessa esplorare.
Quello che mi interessa è capire come l’argomento più antico, più retrogrado e becero possa resistere al tempo.
Ci sono due vie da percorrere per cercare una risposta.
La prima è quella politica. La logica dello schieramento, lecita e comprensibile, impone di riconoscersi in un compendio di idee, che alberghino sotto le bandiere o sopra le poltrone. Solo che, soprattutto nell’ultimo decennio cioè da quando si è precipitati nell’agone dei social, l’appartenenza ha scacciato (o schiacciato?) le idee. L’emivita di un concetto è oggi breve come un reel quindi è facile che ci si dichiari appartenenti a una sveltina.
La seconda è quella culturale. L’appartenenza implica approfondimento, riti, ripensamenti. Tutte caratteristiche desuete. L’”effetto pecora” che ci spinge verso un gregge anziché verso un altro scaturisce dall’esistenza del gregge stesso, non da una, due, tre singole pecore che ci interessano, che ci attirano.
Il risultato è che secondo la logica dell’appartenenza sposiamo cause che non condividiamo, discutiamo di argomenti che non conosciamo, sventoliamo bandiere di cui ignoriamo il colore. E l’unico partito al quale avremmo diritto di aderire, per (de)meriti acquisiti, sarebbe quello al quale nessuno dichiara di volersi iscrivere. Il partito preso.


E’ la logica tribale.
“O con me o contro di me.”
È la logica del complice e della “lealtà” (svilita) a scudo; in questo senso si appartiene all’altro perché entrambi (o molti) legati da un destino comune, dall’avere commesso un fatto vietato e volerla fare franca.
E poi c’è il “bisogno” che ti fa tappare il naso ed allora “appartieni” a chi ti dà la pasta prima del voto.
E le tue idee scompaiono travolte dal quotidiano.
Ogni giorno mi confronto con ragazzi che stanno costruendo la propria identità, cercando il loro posto nel mondo e, inevitabilmente, desiderando appartenere a un gruppo. È una necessità umana, soprattutto nell’adolescenza, ma è anche il momento in cui si rischia di confondere il bisogno di essere accettati con la rinuncia a pensare con la propria testa.
Credo che uno dei compiti più importanti della scuola sia proprio questo: insegnare ai ragazzi a non avere paura del dubbio, a non accontentarsi delle risposte più facili, a non adottare un’opinione soltanto perché è quella del gruppo a cui desiderano appartenere. Studiare, leggere, confrontarsi con la storia e con il pensiero degli altri significa anche imparare a mettere in discussione le proprie certezze.
Mi preoccupa una società in cui si prende posizione prima ancora di conoscere i fatti, in cui si giudica prima di comprendere e in cui cambiare idea viene percepito come una debolezza anziché come il segno di una crescita. I social amplificano questa tendenza, premiando la reazione immediata più che la riflessione, l’adesione più che la conoscenza.
Da insegnante, vorrei che i miei studenti imparassero soprattutto questo: si può appartenere senza omologarsi, condividere senza rinunciare alla propria autonomia, essere fedeli ai propri valori senza trasformarli in dogmi. E che la cultura non serve a darci ragione, ma, qualche volta, proprio a dimostrarci che abbiamo torto.
Perché educare non significa formare persone che la pensano come noi, ma persone capaci di pensare. E forse, in tempi in cui tutti sembrano avere una bandiera da sventolare, la vera libertà consiste nel trovare il coraggio di chiedersi che cosa rappresenti davvero quella bandiera, prima di decidere di seguirla.