Questo articolo fa parte dellasezione “A voce”e lo puoi ascoltare (in versione più estesa) letto da me.
Non ho mai avuto nessuna simpatia per Nicole Minetti, anzi diciamo che l’ho detestata cordialmente per anni. Ma non mi piace la gogna mediatica, per nessuno. Soprattutto se gli argomenti che portano alla tortura a mezzo social sono parziali e viziati da un pregiudizio. Se un presidente della Repubblica come Mattarella che – fatta la tara degli imbecilli da tastiera – rappresenta un faro nella democrazia in penombra di questo Paese, ha deciso in tal senso, ci sarà un motivo ben solido. Che per nostra fortuna (e non solo di Minetti) va oltre il rancore acchiappaclick e il deprimente qualunquismo becero e un po’ vigliacco di chi cerca vendette immaginarie.
Nicole Minetti l’ho criticata in ogni modo consentito, spesso spingendomi un po’ al limite e me ne dolgo adesso, a molti anni di distanza. Cito due casi.
In uno la vicendasfociò indirettamentein un’aula di giustizia e comportò la condanna di un tale che, diffamandomi, mi spacciò per morto per un’overdose di farmaci e altro. In un altro ci fu untentativo maldestroda parte dell’Ordine dei giornalisti di tacciarmi di maschilismo.
Insomma sono la persona meno indicata per difendere Minetti in quanto, come si dice, hoprecedenti specifici.
Come molti di voi reputo che infierire su una persona in difficoltà sia non solo un atto di vigliaccheria, ma anche un’offesa contro noi stessi. Mi è capitato diverse volte nella mia vita professionale e non. Non scriviamo di prede, ma di persone che magari sbagliano. E il nostro compito non è giustiziarle, ma far sì che arrivino dinanzi a qualcuno che le possa giudicare meglio di noi, che siamo i “latori della presente” ma non gli aguzzini.
Si può essere in disaccordo con le scelte di Minetti, il cui curriculum è già un peso enorme da sopportare (per lei e per noi). Ma non si può usare la crudeltà dell’ignoranza in modo impunito.

