La vicenda di Ed Sheeran edell’esclusionedal suo tour del rapper Macklemore dopo i commenti a favore della Palestina è un’occasione per fare il punto sul diritto/dovere di coinvolgimento degli artisti nelle cause politiche. Seppur il caso in questione sia deprecabile per la sua modalità estrema – un artista allontanato per aver sposato una dolorosa questione umanitaria è una tagliata di faccia a ogni diritto del globo terracqueo – c’è una questione di fondo che va avanti da tempo immemore e che si è amplificata con il deragliare della moralità a mezzo social network.
Si tratta del ruolo dell’arte e del suo compito nel destino degli uomini. Ricordo ancora un bellissimo articolo di Claudio Magris sul Corriere della Sera, quasi vent’anni fa (da buon cassettista l’ho conservato in copia originale e, se volete, lo trovatequi) che affrontava il tema degli scrittori tirati per la giacchetta da una parte e dall’altra.
Dicevo non è una cosa recente. Da più parti e in varie epoche si è invocata, temuta o combattuta una politicizzazione dell’arte. Nella letteratura ad esempio, specie nei dibattiti sul cosiddetto romanzo sociale, si chiedono ai narratori strumenti e modi per risolvere i misteri del nostro tempo. Spesso gli si imputa di frequentare un’ideologia piuttosto che un’altra. Ancor più spesso di non sposarne una. Una variante più perniciosa di polemisti addirittura si spinge ad accusare una classe (intesa in senso anagrafico) di scrittori di tradire le proprie origini geografiche e culturali, di debordare rispetto all’orticello nel quale sono nati e cresciuti. E via criticando.
In realtà non si tiene conto della fragilità dell’artista che, ontologicamente, deve essere libero di gestire la debolezza dalla quale nasce il suo prodotto. Lo scrittore (così come il musicista, il pittore, lo scultore, eccetera) non è una persona giudiziosa che pianifica, risparmia, investe. No, è un dannato nato per la sua dannazione che non sa fare altro, e se lo sa fare non gliene frega niente. Vive per le sue opere, che risultino belle o no, che siano pubblicate o cestinate. Si sveglia nel cuore della notte con un’idea in testa e corre ad appuntarsela prima che svanisca a causa della piena coscienza.
Può schierarsi o no, senza che ci sia un obbligo di intercettare il giudizio sulla sua opera, come chiunque altro: non mi interessano le idee politiche del mio fisioterapista, non chiedo al mio fruttivendolo per chi vota. Un paio di miei maestri professionali avevano idee politiche e visioni del mondo molto differenti dalle mie, eppure non c’è stato bisogno di impermeabilizzarmi a quegli influssi né questa diversità di visioni ha fatto di me una persona peggiore.
Gli artisti hanno un compito troppo importante – condurci per mano nel mondo che hanno immaginato, abitandolo prima di noi – per essere trascinati nelle beghe del tifo umanitario. La sensibilità per una causa e la responsabilità di schierarsi appartengono all’uomo, che sia o no su un palcoscenico. E l’uomo conta più del palcoscenico.

