A parlare di viabilità e sviluppo di idee e strutture per rivoluzionare il traffico nelle città siciliane, Palermo e Catania prime tra tutte, c’è un solo luogo comune più irritante di quello che riguarda l’insostituibilità delle automobili. Ed è quello sulla presunta invadenza delle piste ciclabili.
Non sono un ambientalista militante, ma non ci vuole una coscienza green per capire che un cambiamento è necessario e soprattutto urgente. Sin qui – ed è un discorso che va avanti da secoli – quando si è parlato di traffico, soprattutto nelle nostre lande, si è attuato il processo logico che ha ammorbato tutti i ragionamenti sul cambiamento climatico: sì va bene, bisogna fare qualcosa che però faranno gli altri, tanto che fretta c’è?
Il ragionamento dominanteè quellodel Comune di Catania che ha recentemente rinunciato a oltre 8 milioni di fondi europei per realizzare una rete ciclabile perché in città, per dirla con le parole del sindaco Enzo Trantino, “ci sono già troppi cantieri aperti, altamente impattanti sulla viabilità”. Che è come dire che siccome ci sono troppi malati in corsia è inutile cercare nuove cure. La soluzione, restando nella stessa metafora, è invece sbracciarsi per ampliare l’ospedale, riorganizzarlo e coordinare l’afflusso dei pazienti.
Lo strapotere dell’automobilista – e lo scrivo da automobilista – è tutto in un sistema di rimandi e di scuse sempiterne: non ci sono soluzioni alternative, mancano i parcheggi, lo schema della viabilità è desueto e via blaterando.
E poi le accuse di imprudenza ai ciclisti che se finiscono sotto un tir hanno sempre una colpa o se non ce l’hanno se la sono andata a cercare.
Roba da slogarsi le mascelle dagli sbadigli.
La refrattarietà a qualunque barlume di cambiamento non l’ha inventata Giuseppe Tomasi di Lampedusa, è una caratteristica che sta scritta nel DNA di un popolo che ha sempre addomesticato l’elemento di novità, che fosse invasore o alleato, spunto culturale o spinta criminale.
L’auto è un totem, un’affermazione muscolare di presenza: vado al mare e parcheggio vista spiaggia, vado al ristorante e parcheggio accanto al tavolino, vado al cinema e parcheggio a venti passi dalla poltrona. Esco, guido, pretendo.
E siccome noi siciliani non abbiamo la capacità di scegliere per il bene comune, è lo Stato che deve ingiungerci di cambiare con tutti i mezzi a disposizione. Innanzitutto rimboccandosi le maniche e togliendo ogni alibi a chi critica l’inefficienza del trasporto pubblico, poi facendo esattamente l’opposto rispetto alla decisione del sindaco di Catania. Se una pista ciclabile restringe una carreggiata vorrà dire che passeranno meno auto. Se il traffico è perennemente congestionato vorrà dire che bisognerà far circolare meno mezzi.
Sono scelte impopolari, lo so. Ma la politica sempre vincolata ad atteggiamenti accondiscendenti e indolori non solo non risolve un tubo, ma rischia di peggiorare la situazione. Come le nostre nonne che pretendevano di curare ogni male con l’acqua e alloro.

