C’è un aspetto non nuovo ma sempre più degno di attenzione nel rapporto tra social e informazione. Riguarda non già il ruolo del giornalista, ma come la notizia nasce e perdura. E soprattutto come trasforma i suoi contesti.
Ne scrivo da operaio di lungo corso nel settore, anzi nei settori (quello della comunicazione e quello dell’innovazione tecnologica) dato che ho iniziato a occuparmi di queste cose negli anni ’90, prima della “bolla” del Duemila e dopo la massificazione del fenomeno. E lo dico non per testimoniare un’esperienza, ma per dimostrare che non ho alcun pregiudizio nei confronti delle novità (anzi, grazie a questa propensione me la sono passata bene a tal punto da essere uscito indenne dai disastri dell’editoria classica italiana).
Si è molto discusso del peso dei social sulla genesi della notizia e, a parte le scemenze a cui abboccano gran parte dei giornali imbastendo pagine sul sottovuoto spinto, non c’è dibattito, dato che Facebook e compagnia gaudente ormai hanno sostituito le agenzie e gli uffici stampa: un esponente politico, ad esempio, oggi non si affida più al comunicato del suo staff ma si espone direttamente in una dichiarazione (in) diretta in cui fa tutto da solo.
La deriva sta nei contesti. Nei reel di preparazione come nel cosiddetto “seguito”. Prima che la cosa accada si pastura l’audience indipendentemente dalle speranze che l’operazione vada a buon fine. Dopo che la cosa è accaduta si torna sul luogo con espedienti fantasiosi, per celebrarsi con un caffè vista teatro del misfatto, con i complimenti a chi c’era e a chi voleva esserci, con selfie senza storia e con storie senza altro appiglio che non sia la voglia diteggiante di perdurare. E parlo non dei cronisti, ma dei protagonisti dell’evento.
La deriva che ne consegue è uno svilimento dell’accadimento stesso, una diluizione della notizia primigenia, un furbesco prolungamento della realtà. Qualunque esperto di comunicazione vi spiegherà che le presenze da attori di un fatto, laddove si tratti di fatti che hanno un inizio e una fine, vanno centellinate per evitare di cambiare il sapore che resta in bocca al lettore/fruitore. Si sa che la ridondanza è nemica del buon giornalismo. Ma si sa anche che il buon giornalismo ormai ha campi sempre più ristretti di azione, circondato da un esercito di smartphone che si crede padrone del mondo e invece ne è schiavo.

