a woman using a laptop
Photo by Anna Shvets

Leggo l’articolo di un collega che conosco da più di trent’anni e avverto subito una nota stonata. È scritto troppo bene, in modo disumanamente corretto.
Apro la mail di un’azienda che mi propone prodotti che uso molto spesso e avverto la stessa nota stonata. È composta in modo non consono rispetto agli standard a me noti.
Intercetto il post di un’istituzione pubblica e mi allarmo nel vedere le frasi impilate ordinatamente con tanto di frecce, indici e simboli vari. C’è un’estetica che sovrasta il contenuto annullandone ogni possibile effetto.
Do un’occhiata a un manoscritto che mi è stato inviato per un parere (inesorabilmente amichevole) e la nota stonata diventa cacofonia. Nulla è peggio di un presunto romanzo col cuore di silicio.

Sono solo gli esempi di oggi. Esempi di prodotti dell’intelligenza artificiale applicata alla pigrizia e/o all’imperizia umana.
Lo dico subito. Nutro nei confronti dell’IA una diffidenza pari a quella per ogni parola di Trump, solo con un po’ di schifo in meno.

La cosa che più mi irrita non è la presunzione di chi sceglie una scorciatoia pacchiana spacciando il lavoro su un prompt per opera di puro ingegno o di personale perizia, quanto il presupposto oltraggioso che riguarda me come destinatario: tanto non se ne accorge, pensa quello.  
Non è così, si vede eccome che quella è farina di un sacco farlocco.

Ha fatto discutere, il mese scorso, lo spot della Coca Cola – le cui campagne natalizie hanno segnato i passi della nostra memoria pubblicitaria – interamente realizzato con l’intelligenza artificiale. Non era la prima volta, anche la campagna del 2024 era stata realizzata in questo modo.

I commenti degli utenti sono stati devastanti. C’è chi si è detto sdegnato per la scelta decisamente più economica rispetto a uno spot con persone e luoghi reali, tenendo conto che l’azienda nel 2024 aveva chiuso con un utile di 28 miliardi di dollari. Chi invece ha testimoniato che quelle immagini evocano solo “morte e solitudine”.

La scorsa estate un gruppo di ricercatori di Harvard ha coniato il termine workslop (“fuffa da ufficio”). L’ambito è sempre quello: sempre più spesso le presentazioni e i documenti di lavoro vengono fatti con l’intelligenza artificiale, ma la loro qualità è tremenda. I ricercatori hanno citato le email aziendali generate con l’IA. L’impiegato Tizio riceve una richiesta, usa un modello linguistico di grandi dimensioni e risponde velocemente all’email. La produttività sembra aumentata, ma quando la sua collega Sempronia legge l’email, si accorge che è scritta male e che non contiene quello che lei aveva chiesto. Sempronia s’infastidisce, perde fiducia in Tizio e controlla tutto il testo alla ricerca di errori. Alla fine si ritrova a dover svolgere lei il compito che sarebbe spettato al collega. Risultato: secondo i ricercatori di Harvard “i dipendenti trascorrono in media un’ora e 56 minuti al giorno a gestire la fuffa da ufficio”.

È questo il punto. In molti ambiti – non in tutti, lo ammetto controvoglia – la corsa alla scorciatoia tecnologica è pericolosissima. Perché ammazza la qualità. Perché deresponsabilizza. Perché offende chi non vuole essere sottovalutato. Perché confonde ciò che è con ciò che fa. Perché partendo dall’idea di risparmiare tempo arriva al risultato opposto: fa sprecare tempo.     

Di Gery Palazzotto

Uno che scrive. Sei-sette vite vissute sempre sbagliando da solo. Sportivo nonostante tutto.

2 commenti a “Contro l’intelligenza artificiale”
  1. Verissimo, terribilmente vero. Già la tendenza a non usare il cervello c’era da tempo e adesso è al capolinea.

  2. Concordo in tutto caro Gery.

    Chi sa, sa far buon uso della IA. Chi non sa, non si accorge nemmeno delle allucinazioni che produce ;)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *