Una premessa. Il problema del tifo, inteso come passione sportiva, politica, civile, sono le tifoserie. Anzi è il vento degli eventi che le spettina. Il tifoso ideale è coerente, mantiene intonsa la sua idea di fedeltà qualunque cosa accada. Invece per il tifoso che purtroppo conosciamo, specialmente quando è in gruppo, nel branco dei suoi sodali, è facile dimenticarsi della bandiera primigenia e allora deraglia, si lascia trasportare da un impeto che perlopiù è rabbioso. Accade spesso nello sport, nella politica, persino nelle battaglie civili. Credo che sia una umanissima manifestazione di debolezza – solitamente si cambia più spesso opinione quando si è con le spalle al muro – ma la mia è una visione ottimistica.
Fine della premessa.
Da anni, anzi da decenni, c’è un acceso dibattito sul dossier “mafia e appalti” (ne ho scritto intuttele salse, ma una sintesi estrema la trovatequi) e negli ultimi giorni, dopo il decreto di archiviazione del gip di Caltanissetta Santi Bologna, la situazione si è fatta incandescente. Il decreto, quasi 650 pagine, è molto dettagliato e contiene tutti i riferimenti necessari per risalire alla genesi di ogni citazione, di ogni valutazione, di ogni riflessione. Per la sua mole e per la complessità delle vicende in esso contenute è facile da leggere male. Facilissimo da non leggere e al contempo da commentare per assiomi. Tipo (faccio un esempionon a caso): Roberto Scarpinato è stato un monumento dell’antimafia quindi nessuno osi mettere in dubbio il suo operato. Come se il rispetto dovuto a chi ha fatto tanto fosse un’aura protettiva contro un’opinione avversa. Ragionando in tal senso dovremmo desumere che per chi ha fatto meno di lui, o peggio per un signor nessuno, togliere la sicura alle opinioni contundenti sia quasi un atto dovuto.
Ovviamente non è così, ma purtroppo va così.
La polarizzazione politica e giornalistica sui processi per il depistaggio di Via d’Amelio sul caso mafia e appalti e sulla cosiddetta “pista nera” non fa un buon servizio alla verità. Perché tira per la giacca i magistrati che se scelgono una strada sono asserviti al potere della destra, se ne prendono un’altra diventano coraggiosi paladini della Giustizia con la G maiuscola.
La verità non è un flash, è un’alba che si disvela lentamente, in Italia spesso troppo lentamente. Ed è in ognuno di noi, quindi soggetta a revisioni.
Non faccio mistero di aver cambiato idea su alcune pietre miliari dell’antimafia politico-giudiziaria, ad esempio sulla Trattativa. In principio la tesi accusatoria mi convinceva, poi leggendo qualche libro e ascoltando ciò che veniva fuori dai processi, mi sono convinto che la mia opinione iniziale non reggeva più. Accade, anzi è bene che accada: non ero e non sono un tifoso quindi non ho una fede dinanzi alla quale inginocchiarmi, devo essere permeabile alle ragioni altrui non solo per mestiere, ma per un minimo di buona creanza. Saggezza è, o dovrebbe essere, ascoltare tutti e decidere in proprio. Se queste parole vi suonano come acqua fresca siete persone normali, se vi fanno balzare sulla sedia avete un problema.
Le scorciatoie nei ragionamenti sono un dramma non solo per chi le prende, ma per chi le indica. È il vecchio detto del predicare bene e razzolare male quando ci si erge a paladini di qualcosa che poi non si rispetta.
Tornando a Borsellino, c’è in questo momento un’incredibile contrapposizione tra “trattativisti” e “mafiaeappaltisti”, schieramenti l’un contro l’altro armati che dibattono sul ciglio di un equivoco. A parte che la pista “mafia e appalti” è antecedente di almeno dieci anni rispetto alla nascita del teorema sulla Trattativa, chi l’ha detto che la verità stia dentro compartimenti stagni. Negli ultimi anni ha preso piede anche la “pista nera” che però ha scarsi appigli giudiziari anche se allo stato delle cose tutti gli altri appigli non è che siano così solidi. Attenzione, lo dico con una sete di giustizia che è di tutti, anche di quelli che non la pensano come me. Non a caso il gip Bologna scrive, a proposito di “mafia e appalti” la parola “concausa”. Ergo anche alla luce degli ultimi eventi appare plausibile che a determinare la strage Falcone e l’accelerazione della strage Borsellino siano state più cause. Quindi l’unica cosa certa è che i tifosi sfegatati dell’una e dell’altra parte sono in errore.
Gli attacchi al giudice (soprattutto quelli da parte di chi è stato un magistrato) sono disordini da ultras. Intimidire l’arbitro è una pratica scorretta che si ritorce contro tutti, anche quelli che stanno composti in curva a sperare in un buon (e onesto) risultato.

