L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.
Una cosa è certa. La nuova epopea delle celebrazioni antimafia ci porta lontani dalla verità. In un tragico teatro delle evanescenze in cui una scena si apre, una si chiude e un’altra si scolora, si è persa non solo la ragione di dare un senso definitivo alle stragi del 1992, ma anche la possibilità di un racconto diverso dei caduti in questa lotta tremenda contro Cosa Nostra, dei loro seguaci, degli epigoni, dei parenti acquisiti (le vittime di mafia sono un territorio di grande saccheggio da parte della politica), degli orecchianti che sul ricordo hanno costruito business, politiche, carriere.
Dagli equilibrismi di Maria Falcone per evitare le contestazioni che da qualche anno si insinuano nella commemorazione del 23 maggio, alle polemiche durissime (che hanno sfiorato lo scontro fisico) delle manifestazioni del 19 luglio scorso, si può identificare un filo comune, ad alta tensione, che manda la macchina in tilt: l’appropriazione da parte della politica non solo della memoria, ma di fatti e persone che la memoria dovrebbe mettere in salvo.
Cerchiamo di chiarire con un esempio.
Il dossier “mafia e appalti” – un rapporto redatto nel 1991 dai carabinieri del Ros nel quale si descriveva il patto scellerato tra mafia, grande imprenditoria e politica – viene valutato in modo differente da magistrati, avvocati ed esperti. Per alcuni sarebbe tra le cause più importanti dell’accelerazione dei tempi delle stragi Falcone e Borsellino, per altri considerarlo come unico movente condurrebbe a una pericolosa minimizzazione della natura politica delle stragi del 1992. Si può discutere, verbali alla mano, sulla validità delle piste investigative, del resto le indagini su quegli eccidi hanno fornito purtroppo molti spunti di contraddizione. Una sola cosa doveva essere evitata: far sì che la politica ci mettesse becco.
Perché il problema sociale non deriva dalla verosimiglianza della “pista nera” o dalla riesumazione delle archiviazioni improvvide dell’allora capo della procura di Palermo Pietro Giammanco, ma dall’uso che si fa di questi temi. Lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle: quando la politica si appropria del diritto di brandire una verità giudiziaria, sono sempre la giustizia e la verità ad uscirne sconfitte.
C’è poi il fattore audience. Un tempo era lotta di classe, e le tensioni di domenica scorsa hanno forzato gli archivi della nostra memoria: neri contro rossi, slogan contundenti, strascichi di ideologie infuocate. Oggi però le opposte fazioni hanno perlopiù la stessa radice borghese e i giovani movimentisti si abbeverano spesso a fonti la cui potabilità non è garantita: versioni ristrette a uso social con condottieri che urlano teorie urticanti, molliche di ragione che non fanno pane.
Il risultato è straniante. Ci si accapiglia per indagini ancora in corso, ma non si batte ciglio per inchieste concluse che hanno sfregiato la verità storica di questi 34 anni. È mai possibile che non ci sia un solo colpevole dell’indecente depistaggio per la strage di via D’Amelio (a parte i colpevoli perfetti cioè due morti) e che nessuno oggi scenda in piazza per dire che no, non è possibile che i magistrati che coccolarono il pentito farlocco Scarantino siano stati tutti prosciolti e promossi? È possibile purtroppo. Perché il filtro della politica, la stessa politica che si inginocchia sulle lapidi e bacia le mani dei santoni antimafia, ha depurato l’argomento, facendo finta di dimenticarsene. La magistratura, dal canto suo, sempre pronta a riaprire cassetti e a rimboccarsi le maniche quando è giusto cimentarsi nell’archeologia giudiziaria, non ha avuto la stessa sollecitudine per riaccendere la luce nelle stanze tenebrose del depistaggio, sino ad arrivare al confortevole rifugio della prescrizione. Perché? Perché una partita in cui tutti rischiano di perdere è una partita che nessuno vuole giocare.
Il risultato di tutto ciò è un pericoloso effetto domino che causa danni tanto gravi quanto paradossali in quanto sconvolge la percezione elementare delle cose. Per dire, la pista del dossier “mafia e appalti” che piace alla presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo, accusata di depistaggio (anche) per questo dalle opposizioni, convince anche i figli di Borsellino: ne deriva che Lucia, Fiammetta e Manfredi siano dei depistatori? La stessa pista, che invece viene stroncata dal fratello del magistrato assassinato, Salvatore, fa automaticamente di lui un baluardo di verità rivelata?
Ovviamente no. Sono i sillogismi storti che lacerano l’ultimo brandello di coscienza civile. Sillogismi che nascono dalla politica peggiore, quella che muore se le togliete un nemico.

