C’è un aspetto laterale di non poco conto, e credo non troppo approfondito, sulla vicenda del noto post di Donald Trump sulla morte del regista Bob Reiner. Ed è un aspetto che va analizzato senza rabbia. Innanzitutto vediamo cosa ha postato il presidente degli Stati Uniti a caldo, dopo che si era diffusa la notizia dell’assassinio di Reiner e della moglie Michele Singer (del quale è accusato il figlio Nick Reiner).
La scorsa notte è successa una cosa molto triste a Hollywood. Rob Reiner, un regista e comico tormentato e in difficoltà, ma un tempo talentuoso, è morto insieme alla moglie Michele, apparentemente a causa della rabbia che ha causato negli altri essendo afflitto da una forma massiccia, durissima e incurabile della malattia mentale nota come “SINDROME DA IMPAZZIMENTO PER TRUMP”
L’espressione “sindrome da impazzimento per Trump” è un cavallo di battaglia del presidente Usa e serve a consolidare l’idea di una persecuzione continua a opera di un manipolo di ossessionati. A parte la valenza atroce del messaggio e la sua dissennata infondatezza – lo scrive l’uomo più potente del mondo, mica turbominchia569 – l’intento è duplice: da un lato screditare gli oppositori, dall’altro compattare i fedelissimi che non si aspettano altra narrazione dal loro mahatma.
E siamo al cuore del problema. Lo storytelling, cioè l’arte di raccontare storie.
Trump è a suo modo un eccellente storyteller, nel senso che riesce a confondere fantasia e realtà senza troppa fatica, concentrandosi sugli aspetti più vendibili e saltando a piè pari ogni esigenza di verosimiglianza. Ci sarebbe da interrogarsi sulla maggioranza di persone che, almeno negli Usa, si lasciano incantare dal pifferaio senza piffero, ma questo è argomento ampiamente dibattuto dalla stampa mondiale, la grande sconfitta di questi ultimi anni.
È molto interessante la posizione di Miriam Rasch, una filosofa e scrittrice neerlandese, che ha spiegato la sua avversità allo storytelling in generale sul giornale letterario olandese De Nederlandse Boekengids (l’articolo è stato tradotto in Italia da Internazionale).
“Da anni raccolgo appunti sotto il titolo ‘Contro lo storytelling’. L’arte di costruire storie efficacifa pensare più al marketing che alla letteratura. Le storie sono usate per emozionare, sì, ma quasi sempre c’è anche qualcosa da vendere: più che stimolare il pensiero, lo bloccano. Questo vale anche al di fuori dell’ambito pubblicitario. Devono per forza convincerci di qualcosa. Ma davvero una storia può cambiare una catastrofe planetaria? La destra racconta storie migliori della sinistra o usa semplicemente una propaganda più efficace? È difficile dimostrare che lo storytelling funzioni a un livello così alto. Raramente sentiamo di una storia capace di avere un impatto tanto grande”.
Concetto cardine: il fatto che oggi tutti parlino di storie in realtà ne indica l’assenza: paradossalmente, l’inflazione della narrazione ne tradisce una crisi. Al centro dello storytelling c’è un vuoto narrativo che si manifesta in una mancanza di significato e di orientamento.
Secondo Rasch “la ‘storia’ nello storytelling ha ben poco a che vedere con quelle autentiche. Le storie hanno un valore inestimabile per la loro capacità di dare significato all’esperienza umana, e non per come le ha volgarizzate il capitalismo”.
Da qui il passaggio da storytelling a storyselling, cioè raccontare è vendere. Senza scomodare Donald Trump, basta fare un giro sulle piattaforme di podcasting di casa nostra. I prodotti di maggior successo, con rare eccezioni, sono storie progettate per essere ovvie, predigerite: famoso il caso di una podcaster, tra le più ascoltate, che risolve omicidi su Youtube senza lasciare il suo tinello e infliggendo gravi traumi alla grammatica italiana.
Ciò che manca in modo sempre più urente sono storie che non nascondano la frammentazione, che non disdegnino l’assenza di significato, che riflettano la casualità della vita.
La ricerca ossessiva del lieto fine o della compiutezza di un atto anche solo immaginato – in questo Trump è un campione nel trovare sempre una visione combaciante con la sua, anche se la logica viene giustiziata davanti a tutti – si riverbera perfettamente nel nulla cosmico di un pubblico che non chiede altro. Perché probabilmente non sa altro.
Le nostre vite non sono tutte storie degne di essere narrate. Spesso sono puzzle indecifrabili, sabbia che non sarà mai castello. Per renderle utili e indimenticabili serve un bene supremo che oggi è stato derubricato a materiale compostabile. Si chiama arte e nella storia dell’uomo ha reso possibile il più impossibile dei miracoli: salvare l’uomo da se stesso.

