È sbagliato scagliarsi contro il Teatro Massimo per la figuraccia di ieri seraquandola prima proiezione del film su Biagio Conte si è bloccata per un problema tecnico. Si sbaglia e se ne pagano le conseguenze: accade dappertutto e nessuno di noi può dire di non aver mai combinato un casino sul lavoro.
Ciò che è giusto, almeno per me, è collocare questo evento in un ambito di scelte e situazioni che in qualche modo offrono una visione più completa dei fatti.
Da anni il Teatro Massimo ha abbandonato, e per di più in modo drastico, la via dell’innovazione. Una via che pure lo aveva posto in prima linea tra i teatri d’opera internazionali. Ne scrivo con modesta cognizione di causa avendo avuto un ruolo non secondario in tal senso per otto anni. La nuova governance ha fatto scelte confusamente precise abolendo la web tv (che ora è strumento cruciale per molti teatri in tutto il mondo e di cui Palermo era stata antesignana) e questa decisione ha contribuito all’impoverimento di una cultura tecnologica. Perché abbassando l’asticella, i muscoli del saltatore si impigriscono e persino la sua visione si restringe.

Vi faccio un esempio. Durante la pandemia producemmo oltre trenta spettacoli dal vivo: trenta contro i quattro-cinque di tutti gli altri teatri italiani messi insieme. Per ottenere i migliori risultati formammo professionisti ad hoc che sapessero manovrare una steady-cam o un dolly, e reclutammo un tecnico del suono con esperienze specifiche. In totale la web tv del teatro Massimo, dalla sua apertura nel 2015 alla sua chiusura nel 2023, ha prodotto centinaia di dirette per le più importanti reti televisive, ottenendo partnership prestigiose come quelle di Google e YouTube: mai un intoppo, nonostante ci fossero pochi soldi e moltissimo artigianato. Siamo stati fortunati, certo. Ma soprattutto abbiamo goduto della coesione che solo il comune intento di chi fa qualcosa di nuovo sa far scaturire. Tutti, dai tecnici al direttore di palcoscenico, dagli scenografi agli artisti, viaggiavano su una nuova frequenza. C’era un prodotto innovativo da preparare e si dovevano fare cose che prima non si erano fatte. Era una nuova forma di declinazione di cultura, e si faceva a gara (con immancabili eccezioni sindacali) per farne parte.

Poi qualcuno ha premuto il tasto off, spegnendo non una tv, ma un modo di raccontare: non pensate solo agli spettatori davanti a computer e tablet, ma alle piazze con i maxischermi, alle dirette con gli altri continenti. Su questo è calato il silenzio: nessuno se ne è occupato. Né ieri né oggi. Nessuno.

Adesso il sovrintendente Marco Betta, artista di grande livello col quale ho avuto l’onore di collaborare per anni e amico al quale voglio molto bene (il sentimento non deve mai entrare nelle scelte lavorative) deveaffrontareuna seria riflessione non tanto per punire i colpevoli del disastro di ieri sera (per di più davanti agli occhi del presidente Mattarella), ma per riprogettare un nuovo corso. Che in questo caso è grottescamente antico.
In bocca al lupo (e lì i lupi non mancano).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono contrassegnati*