Siamo un popolo abituato a convivere con la siccità. Ricordo la mia infanzia tra bidoni in bagno e serbatoi in balcone o sui tetti. In ogni casa della mia vita c’è sempre stato un recipiente da tenere sott’occhio, una cisterna da coccolare come se contenesse vino. E invece era acqua.
Ne ho scritto su“Palermo requiem”.
“Negli anni Settanta l’acqua, nella maggior parte delle case, arrivava ogni tre giorni: le stanze cruciali, ovvero il bagno e la cucina, erano colonizzate dai bidoni di plastica. I ritmi delle famiglie e persino quelli circadiani erano scanditi dalla disponibilità di ciò che i giornali dell’epoca chiamavano enfaticamente “il prezioso liquido”. Eravamo stati addestrati a fare una doccia con cinque litri d’acqua, sette in caso di shampoo. L’acqua nella quale era stata bollita la pasta serviva anche per sciacquare le stoviglie. Ogni domenica si andava, come in gita, a fare la coda davanti a una fontanella pubblica per riempire le bottiglie: e mentre i nostri genitori si davano da fare raccogliendo litri e litri di “prezioso liquido”, noi avevamo sempre un Super Santos da calciare nell’attesa. La siccità era vista come una condizione imposta dalla natura, quindi nessuno protestava. In realtà d’inverno pioveva, eccome. E noi ragazzini lo sapevamo bene: ogni giornata bagnata era una giornata in meno di giochi per strada. C’erano periodi in cui non toccavamo pallone per un mese di seguito. Allora dove andava a finire tutta quella pioggia?”
La risposta, allora come oggi, è sempre stata una sola. L’acqua in Sicilia si butta. Neanche nell’anno di grazia 2026, in un inverno insolitamente piovoso la situazione è migliorata. Nell’Agrigentino, una delle provincie più assetate d’Italia, sistanno buttandoa mare migliaia di litri al secondo perché gli invasi hanno superato il livello di guardia. E perché nessuno ha mai pensato di costruire opere in grado di canalizzare quel ben di Dio.
Al di là della rabbia nel trovarsi impotenti davanti a uno spreco simile, è la rassegnazione che ferisce le carni disidratate della nostra speranza. Sprecare qualcosa di prezioso è un atto contronatura, un crimine di cui dovrebbero rendere conto centinaia di amministratori di ogni tempo e di ogni partito. È imbarazzante scriverlo com’è imbarazzante arrendersi dinanzi all’affermazione dell’ovvio. Altro che calamità, siamo in balìa di un terrificante stato di banalità naturale.

