Questo articolo fa parte dellasezione “A voce”e lo puoi ascoltare letto da me.
Il caso della bambina di Palermomortadi difiterite per colpa (ripeto colpa) dei genitori che non l’hanno vaccinata offre una triste occasione per affrontare il tema (catastrofico) dell’ignoranza orgogliosa.
Sulla vicenda ci sono molte analisi interessanti (una per tutte la trovatequi), ma non è di questo che voglio parlarvi. L’argomento, molto più ampio, è quello della gestione della verità (sul quale da anni consumo fegato e polpastrelli).
I social non sono un gioco, ma una crudele macchina della verità. Con la scusa del cazzeggio, della celebrazione quasi onanistica dell’inezia, della collezione di amicizie, del voyeurismo camuffato da curiosità, del collegamento compulsivo e del gusto sordido di conoscere i fatti degli altri, assolvono una funzione cruciale nel sistema di relazione tra individui dotati di connessione internet: ci mostrano per ciò che effettivamente siamo. Altro che realtà virtuale, altro che mondi paralleli: è – per dire – su Facebook che si scopre ciò che per una vita, sciaguratamente analogica, abbiamo cercato di nascondere.
Metti, ad esempio, l’incultura. Prima dell’avvento di smartphone e di tablet, se scrivevamoprociuttosulla lista della spesa, nessuno ci avrebbe riso dietro. Oggi invece è tutta un’altra storia. Sulprociuttoci costruiamo un bel post adeguatamente ricco di svarioni e magari ci mettiamo pure la foto della nostra faccia mentre addentiamo il panino col salume in questione, in modo da associare definitivamente una cazzata al suo autore.
Non domi, pensiamo di dover dire la nostra su tutto giacché ilprociuttoè solo uno spuntino dinanzi allo scibile umano vista social. Dalla crisi mediorientale a quella sentimentale di nostra sorella, dalla squadra del cuore a quella di governo, dalla celebrazione dei sentimenti a quella del cattivo gusto, e poi vendette, invidie, necrologi, felicitazioni, notizie che non lo erano, abbordaggi, desideri, frustrazioni, aneliti e maledizioni: si scrive di tutto orgogliosi di sapere nulla, bastano un polpastrello e un surrogato di idea.
L’altro giorno ho letto un tale, che conosco da millenni e di cui ho sempre apprezzato la sobria (ed epica) incultura, che citava Proust (scritto in modo corretto grazie al salvifico copia e incolla). In altri tempi, il tale in questione avrebbe infatti usato Proust come spunto di valorizzazione delle proprie origini umili. Tipo: “Io le cose le vedo dal punto di vista dell’uomo della strada. Non è che sonoPrusto come minchia si chiama…”. E invece eccolo lì a insidiare telematicamente una tipa dal profilo scollacciato con argomenti di terza mano che al confronto l’abbordaggio alla fermata del bus è il terzo comandamento del galateo.
In pochi anni siamo passati dall’epoca in cui non scriveva nessuno a quella in cui si è nessuno se non si scrive. O si finge di scrivere. C’è uno che per dare il buongiorno alla sua timeline, copia e incolla il buongiorno del giorno precedente, refusi inclusi. Risultato: un elenco interminabile di strafalcioni che rivela dell’autore molto più di quanto lui stesso vorrebbe.
E siamo all’ignoranza orgogliosa come quella della madre della povera bambina morta di difterite. Come tutti sappiamo i social hanno dato fiato alla pericolosa categoria dei cretini colpevoli. Da distinguere dai cretini incolpevoli per via della loro aggressività e pervicacia. Un cretino genuino ha un punto fermo di consapevolezza e magari di autocritica, un cretino colpevole no. Il cretino colpevole galleggia su regole ferree.
Ha l’orologio fermo. Fa risorgere i morti solo perché la sua timeline gli ripropone post a caso. Recupera notizie decotte che condisce con una falsa attualità. Rivitalizza le bufale più in pendant con la sua visione del mondo (possibilmente piatto).
Adotta senza averne contezza la tecnica dellostraw man argument(quiuna cosa dettagliata che feci per ilFoglioqualche anno fa), un metodo, diffuso prima dell’avvento dei social, per darsi ragione senza affrontare gli errori, ma sviando la discussione su un tema spaventapasseri, quasi sempre di origine farlocca.
Ha un mantra: la verità è come la costituzione disegnata dai furbi del web, vale sin quando ho io l’ultima parola. Negli anni ho provato a imbastire dibattiti con improvvisati di ogni genere. Che all’occasione, puntuali come una rivelazione serale di Red Ronnie, tiravano fuori verità decotte che andavano dalle scie chimiche alla teoria dei vaccini killer. Anche davanti all’evidenza, nulla li scuoteva. Mai ammettere l’errore: significherebbe cedere ad altri l’ultima parola, che è preziosa come il bottino di un rapinatore.
Tutto ciò avviene nel perdurare deldominiodellacretinocraziache ha precise ragioni sociali e politiche: dalla wash ball di Grillo, che figliò un movimento politico destinato a cambiare in peggio le sorti dell’Italia, allafenomenologiadell’odio prêt-à-porter.
Tutto ciò avviene, ci dicevamo stoltamente anni fa, finché non ci scappa il morto. Solo che di morti, assassinati dall’ignoranza orgogliosa, ormai ne abbiamo contati troppi.
La cretinocrazia funziona perché strabordano i cretini.

