L’inchiesta su Salvatore Cuffaro e sulle conseguenti ramificazioni della sua nuova Dc (che non è né Democrazia né Cristiana) è molto importante per la politica nazionale. Non si tratta di beghe locali né di barattoli di marmellata rubati nella dispensa siciliana: la storia ci insegna che se un dito si immerge furtivamente nella conserva a Palermo, qualche macchia appare su un grembiule a Roma o a Milano.

La Sicilia è stata spesso luogo di esperimenti politici e di grandi manovre criminali (ne ho scritto diffusamente qui) e oggi si ritrova a essere cartina tornasole del rapporto perverso tra potere e cittadini. Si pensi ad esempio agli interessi economici attorno al Ponte sullo Stretto: un fiume di soldi, una lunga serie di appalti, la gestione di migliaia di posti di lavoro farebbero venire l’appetito anche al più svogliato burocrate o all’imprenditore più annoiato. E poi la mafia che fa capolino a ogni passo: più o meno volontariamente c’è sempre un parente storto che si materializza in un assessorato come in una spiaggia. C’è il disastro atavico che ammanta ogni opera, compiuta o no, e che fa grippare la macchina dei servizi. E che dire dell’indole trasversale che tenta persino le anime (magari apparentemente) più candide. Una nomina qui, una consulenza lì e la coscienza resta pulita secondo l’antica massima che la paragona a una camicia: per mantenerla linda basta non usarla.

Insomma c’è tutto quel che serve per confermare che la Sicilia è un attualissimo paradigma italiano. Il favoritismo sfacciato, il trionfo di idee di scarsa qualità, la cecità istituzionale, la sistematica distruzione di prospettive autentiche: una terra con poche scelte è una terra che si domina con più facilità.

Ecco perché l’affare Cuffaro non dovrebbe essere relegato a mera citazione nel comunicato stampa di una segreteria di partito o di sindacato nazionale. Serve un trasferimento di massa delle forze di governo italiane nelle piazze e nei palazzi siciliani. Un commissariamento morale o, se preferite, una dimostrazione di dignità.  

Di Gery Palazzotto

Uno che scrive. Sei-sette vite vissute sempre sbagliando da solo. Sportivo nonostante tutto.

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