Palermo requiem
Gery Palazzotto
Marlin editore – 2025
LA TRAMA. Emanuele Piazza è un ragazzo palermitano che, negli anni ’80, decide di entrare in polizia e va a fare la guardia del corpo del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Appassionato di armi e di arti marziali finisce per lavorare alla Criminalpol di Roma. Ma a un certo punto da quegli uffici fugge e, al suo ritorno a Palermo, confida a parenti e amici che se n’è andato perché due richieste lo hanno turbato: quella di partecipare alla spartizione di un carico di droga sequestrato e quella di partecipare a una missione per uccidere un camorrista. La delusione però non gli fa cambiare le compagnie in città: continua a frequentare assiduamente alcuni amici poliziotti del commissariato San Lorenzo di Palermo, un avamposto in un quartiere ad altissima densità mafiosa. Il quartiere in cui i protagonisti di questo romanzo si muovono, compreso l’autore.
Piazza comincia a collaborare coi servizi segreti e ottiene un incarico da collaboratore del Sisde dal prefetto Riccardo Malpica (poi coinvolto nello scandalo dei fondi segreti). Il suo obiettivo è far catturare latitanti. Per ogni arresto riscuoterà una sorta di taglia (a casa sua verrà ritrovato un listino con nomi e cifre su carta intestata dei Servizi). Per questo scopo chiama a collaborare un amico di infanzia, Gaetano Genova, che di mestiere fa il vigile del fuoco ma che di indole è molto trasversale, la cui famiglia è imparentata con Tommaso Buscetta. Genova è uno che conosce meglio di lui le dinamiche di Cosa Nostra. I frutti del loro sodalizio arrivano presto. La loro collaborazione porterà nel giro di pochi mesi all’arresto di un latitante.
Ma la mafia li scopre e decreta la loro fine.
Emanuele viene strangolato e sciolto nell’acido il 16 marzo 1990. Lo tradisce un amico, un suo compagno di palestra, Francesco Onorato, che lo attira in una trappola e che molti anni dopo, una volta arrestato, deciderà di collaborare con la giustizia svelando i dettagli di questa storia.
Gaetano viene assassinato due settimane dopo, il 30 marzo. Il suo corpo verrà sepolto nelle campagne di San Giuseppe Jato, il feudo dei mafiosi Brusca (uno dei quali, Giovanni, è colui il quale ha azionato il telecomando della strage Falcone e ha ucciso Giuseppe Di Matteo, 11 anni, che altra colpa non aveva se non quella di essere figlio di Santino, collaboratore di giustizia).
Piazza e Genova scompaiono, ma a Palermo non si sa nulla: la notizia rimane segreta per sei mesi.
Perché?
Dopo anni di processi e un lavoro di inchiesta per l’esatta ricostruzione dei fatti, gli scenari che vengono fuori sono inquietanti.
I servizi segreti solo dopo molti anni hanno ammesso di aver assoldato un freelance poco meno che trentenne per un lavoro pericoloso come la caccia ai latitanti di mafia. Il Sisde e molti uffici di polizia hanno cercato di ostacolare le indagini, tentando di separare le vicende giudiziarie di Emanuele e Gaetano.
Sullo sfondo il fallito attentato dell’Addaura del giugno 1989 al giudice Falcone e il ruolo misterioso di un altro poliziotto palermitano che finirà male, Antonino Agostino, ucciso sotto gli occhi del padre dai killer di Cosa Nostra insieme con la moglie incinta.
“Palermo requiem” è il frutto di un lavoro paziente di indagine, ma anche il romanzo di una città che cambia e si trasforma con la sua classe criminale dominante. Una navigazione controcorrente rispetto all’ostracismo dei servizi segreti italiani e di una parte della polizia di Stato. È un’inchiesta libera e senza precedenti per ricostruire una verità che pare un film e che invece è un capitolo buio nelle tenebre dei misteri di Italia.
Scritta da Gery Palazzotto, un giornalista e autore teatrale esperto di ricostruzioni di vicende mafiose, la storia di Emanuele Piazza è il tassello di un puzzle più grande, mai disvelato. Grazie a essa si rileggono con occhi diversi i misteri degli ultimi quarant’anni di mafia e antimafia.
Nel groviglio di tradimenti, deviazioni istituzionali, depistaggi, silenzi di Stato e urla d’aiuto inascoltate, “Palermo Requiem” è un’opera corale in cui si muovono parenti, amici, giornalisti, criminali. Un’opera che apre per la prima volta lo scrigno insanguinato di vicende che hanno condizionato la vita di questo Paese. C’entrano le lettere di un anonimo manco troppo anonimo soprannominato il “Corvo” sulle strane manovre del Palazzo di giustizia di Palermo e il ritorno clandestino in Sicilia del pentito Totuccio Contorno gestito da apparati dello Stato, probabilmente per assassinare il capo della mafia Totò Riina, allora latitante.
Il tutto con un sospetto più che fondato: tra gli anni ’80 e gli anni ’90 in Italia servizi segreti e apparati di polizia misero su una squadra di killer di Stato.
La recensione sul Corriere della Sera
L’anteprima su Repubblica Palermo
di Gery Palazzotto
Infamare, anzi mascariare. Il primo atto di ogni delegittimazione è l’inquinamento dei pozzi della dignità di una persona. Non importa che sia viva o morta, forte o debole, in ascesa o in caduta libera. Il mascariamento è un disegno complesso per il quale non basta una sola mano, perché nell’accostarsi di scenari da corrompere, di vite da rovinare, di nefandezze da difendere, la coralità dell’opera deve prevalere sui solismi.
Non sono solo le “menti raffinatissime”, che Falcone evoca in una memorabile intervista su “l’Unità”, ma l’ordinario sentire comune, le signore che nei salotti si lamentano delle sirene delle auto di scorta, l’oziosa politica romana che decide come se il mondo finisse al Raccordo Anulare.
E ovviamente la mafia che spara a chiunque osi pensare di mettersi di traverso.
Un filo lungo e resistente lega le esistenze di Giovanni Falcone, di Emanuele Piazza, di Antonino Agostino, le lettere del Corvo e il fallito attentato dell’Addaura, il misterioso ritorno del “pentito” Contorno in Sicilia e le stragi del 1992.
La bomba Falcone se l’è messa da solo, anzi no, gliel’hanno messa Piazza che era sub esperto e Agostino che era poliziotto agile e scaltro, anzi no, Piazza e Agostino hanno salvato Falcone, anzi no, la bomba era finta, anzi no, era vera e per questo gli artificieri dei carabinieri l’hanno fatta esplodere, anzi no, non era pericolosa ma l’hanno fatta esplodere per cancellare le prove, anzi no…
Emanuele Piazza non faceva parte dei servizi segreti, anzi no, aveva un contratto di collaborazione, anzi no, era un cane sciolto, anzi no, era uno che se l’era cercata, anzi no, era un solitario, anzi no, era un femminaro, anzi no…
Antonino Agostino sapeva di essere in pericolo, anzi no, era un imprudente, anzi no, aveva nascosto documenti importanti nel suo armadio, anzi no, non c’era nulla in quel cazzo di armadio, anzi no, era un femminaro pure lui, anzi no…
Secondo un vecchio detto colombiano bisogna guardarsi più dall’invidia che dal cancro. Lo sa bene Giovanni Falcone, che comincia lentamente a morire per le malevolenze di chi sta dalla sua parte della barricata, prima ancora che per l’odio dei suoi nemici dichiarati.
Salvatore Contorno, la cui “missione siciliana” è stata alla fine considerata quasi una gita, dormiva nascosto nella roulotte di San Nicola l’Arena accanto alla casa di suo cugino, il superlatitante Gaetano Grado, con un fucile a canne mozze vicino, una lupara: un’arma da oltraggio che non serve solo a uccidere, ma a dilaniare. Dopo essere stato liberato con tante scuse, sfuggirà a un attentato ordito nell’aprile 1994 da Matteo Messina Denaro nei pressi della sua villa a Formello, vicino Roma. Tre anni dopo lo arrestano per spaccio di droga, lo condannano a sei anni e gli revocano il programma di protezione. Lui non si dà per vinto e nel 2004 torna a delinquere: stavolta lo beccano per estorsione. È sopravvissuto alla furia dei corleonesi e alla sua propensione criminale.
La verità giudiziaria ci è servita per ammorbidire i morsi della fame di verità storica. Le sentenze ci dicono che tutto fu regolare, che lo Stato fece lo Stato e la mafia fece la mafia. Sino a prova contraria. Ma quella prova contraria c’è. Esiste nelle numerose convergenze dei racconti dei collaboratori di giustizia, secondo i quali accanto agli uomini d’onore nei luoghi dell’orrore e dei preparativi ad esso c’erano altri uomini fedeli a un’altra consorteria, sicuramente con radici statali. Esiste nei sussurri giudiziari, a mezzo stampa, ben informati, secondo i quali fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta ci fu il tentativo di mettere su una squadra speciale, tragicamente speciale, per dare la caccia ai latitanti di mafia e di camorra con licenza di uccidere.
Sono tutte visioni per decenni inscritte nell’ambito delle insinuazioni, della delegittimazione, della sfiducia al limite del criminale nei confronti dello Stato. Ma è proprio in nome di questo complicato pregiudizio, nel senso di alterazione del senso delle ipotesi, che non possiamo più concederci relax nelle zone franche. Perché mancano sia il relax che le zone franche.
Emanuele Piazza disse che volle andarsene dalla Criminalpol perché gli avevano chiesto di partecipare all’omicidio di un camorrista e perché gli avevano proposto un business con la droga sequestrata ai narcotrafficanti. Non c’è una certezza processuale, ma c’è una congerie di testimonianze che non può essere derubricata a vagheggiamento.
Esistono una storia dei fatti e una storia raccontata. Il problema è quando ci sono dolorose divergenze narrative conflittuali.
I parenti e le istituzioni.
Le vittime e i carnefici.
Gli affamati e gli affamatori.
È incredibile che tutto sia stato un’illusione. È ingiusto che tutto sia stato giudicato giusto.
