“La nostra realtà non è più descritta dalle ‘notizie’. È invece formata dai video che guardiamo, dai podcast che ascoltiamo, dagli account che seguiamo sui social media e da quelli che conosciamo di persona, e dal giornalismo che consumiamo. Siamo entrati in un periodo in cui ognuno ha una sua propria realtà personale, basata di solito sull’età, sulla professione, sulle passioni, sulle opinioni politiche e sulle piattaforme scelte”.
Jim Vandehei, CEO del sito americano di news Axios ha analizzato lo stato dell’informazione cristallizzando un fenomeno che ci ha messo un paio di decenni per maturare. La tesi, ripresa in Italia dalla newsletter “Charlie” del Post, è che non esiste più una dieta mediatica classicamente commestibile – con notizie, commenti, analisi, retroscena, narrazioni certificate da chi narra per mestiere – ma una miscellanea di influssi e stimoli che, dalla chiacchiera al video virale dal contenuto acchiappaclic (magari falso) alla tesi balzana, ci illude di essere davvero informati.
I giornali si interrogano da tempo su come arginare questo fenomeno e, soprattutto in Italia, si sono mossi su due strategie rivelatesi fallimentari. Da un lato scimmiottare i social e drogare i propri contenuti con cosiddette notizie carine, perlopiù minchiate, che avrebbero dovuto togliere acqua agli stessi social. Dall’altro porsi come concorrenti di un sistema di informazione clandestino mantenendo l’idea classica del giornale come santuario.
C’è poi una considerazione dolorosa.
Per via di rimaneggiamenti aziendali e di scelte contrattuali dissennate, la qualità del prodotto è diminuita costantemente. Nessuno lo dirà apertamente, ma in molti giornali italiani oggi non è infrequente che i posti chiave siano occupati da figure opache. Capitava anche ai miei tempi, per carità, ma almeno allora non c’era la concorrenza sleale di oggi: tra un articolo scritto male a pagamento e un post scritto male gratis la scelta è drammaticamente scontata.
Probabilmente i giornali come li conosciamo sono destinati a cambiare definitivamente aspetto e formula, e già è un bene se non cambieranno status biologico: da vivi a morti.
Però sarebbe interessante se il sindacato e i vari cdr si interrogassero oltre che, legittimamente, sulla tutela della professione, anche su chi e come quella professione l’ha esercitata. Magari – e sarebbe un evento storico – varando valutazioni oggettive sul lavoro e tirandosi fuori da quella sorta di “uno vale uno” che è stata la tomba di molte redazioni. Magari finendola di guardare le cose dalla cima della torre e di ignorare con sdegno come si costruiscono e si manutengono le fondamenta.

